martedì 15 ottobre 2013

MARCIANDO SUL BRENTA

di GP F1


La marcia sul Brenta è diventata ormai un appuntamento fisso nel calendario podistico dell’alta padovana. Giunta alla sua quarantunesima edizione, ha offerto a tutti i suoi partecipanti la possibilità di scegliere tra quattro diverse distanze: i cinque virgola cinque (per la precisione), gli otto, i sedici ed i ventisei chilometri.
Essendo una marcia non competitiva chiunque ha avuto la possibilità di cimentarsi e di completare uno di questi quattro percorsi che sono stati tracciati fra le campagne di Carmignano e dei paesi limitrofi ed il fiume Brenta. Tra i partecipanti, per la prima volta nella mia vita, c’ero anch’io. Questo è il mio tentativo di farvi il resoconto.
Ho scelto i sedici perché fondamentalmente ho voluto testare il mio grado di resistenza (ho già parlato di fatica nel post precedente). Dal mio punto di vista, l’incertezza del tempo atmosferico (come solitamente capita ai primi di ottobre) rappresenta non solo la variabile più imprevedibile ma anche il motivo per il quale, spesso, ho rinunciato a partire e di conseguenza a correre.
Detto in soldoni, io corro solo quando il tempo me lo permette. Stringendo il ragionamento ancora di più: corro solo se non piove. Scusate la prolissità ma era per farvi capire il primo bivio che mi si è presentato davanti. Ritorno velocemente nel racconto. Ore otto e venti e devo già decidere: correre o non correre? Il cielo grigio non promette nulla di buono……tuttavia non c’è traccia di goccia d’acqua. Tiene o non tiene? Con questo dubbio mi incammino davanti al Centro Giovanile dove istantaneamente decido di correre.
Il piazzale è un brulicare di persone: c’è chi si incammina lungo il percorso, chi si sta riscaldando per poi iniziare a correre, chi aggiusta le stringhe delle scarpe da ginnastica, chi conta i soldi per l’iscrizione, chi si toglie la felpa per mostrare orgoglioso il nome del gruppo podistico che rappresenta, chi si concentra, chi, come me, osserva e silenziosamente si accoda per ottenere il biglietto d’iscrizione. L’organizzazione è perfetta: in meno di trenta secondi pago, mi sistemo al collo il tagliando della marcia e mi concentro, prima di partire.
Meno sedici all’arrivo, non piove e sono un partecipante ufficiale della marcia.
Dopo due chilometri dalla partenza il sole fa capolino tra le nuvole scacciando quel grigio uggioso che mi ha fatto dubitare. E’ bello correre sapendo di non rischiare nulla. La strada l’ho fatta centinaia di volte ma è la prima volta che vedo le macchine accostare per far passare chi si muove a piedi. E’ una sensazione che non ho mai provato. Ad ogni incrocio, ad ogni svincolo, ad ogni intersezione incontro un volontario che gestisce il flusso ordinato dei corridori in azione. Per una mattina, l’unico rumore che ha la precedenza è quello del calpestio dei piedi. Piedi che corrono e che camminano, che pestano e che avanzano compatti verso l’arrivo.
Dopo tre chilometri e la prima stradina di campagna superata, mi trovo a Camazzole. La freccia direzionale mi fa svoltare a destra. Entro nella zona del Brenta. Le montagne che prima osservavo spariscono dalla mia vista perché girando a destra inizio a correre sull’argine interno del fiume. L’asfalto stradale ha lasciato il posto alla terra. La via si restringe, a volte sale, a volte scende, a volte piega improvvisa verso una direzione inaspettata seguendo sempre la naturale conformità del terreno. Sto correndo lungo il tratto che più di tutti simboleggia questa marcia. A sinistra il fiume, a destra si alternano alberi e campi. L’ acqua  della “busa” ha un riflesso unico che affascina più di un corridore: molti sono coloro che si fermano ad ammirare l’unicità del paesaggio.
A metà percorso è prevista la prima sosta. Bevo un tè caldo che assopisce i primi segni di fatica. Dieci al traguardo e mi rimetto ad osservare. C’è chi arriva, beve e riparte, chi si ferma un po’ più a lungo e rimane nell’orbita del tavolo ristoratore, chi neppure si ferma e continua imperterrito la sua marcia. Riparto e di nuovo il fiume si staglia alla mia sinistra. Passo sotto il ponte di Fontaniva, arrivo al gasdotto ed al ponte vecchio della ferrovia. C’è un altro punto di ristoro ma questa volta la mia sosta è velocissima. Ho preso il ritmo e me lo voglio tenere. Mi imbatto in due signore del gruppo podistico “Le ciacoe” e subito capisco il perché di quel nome così originale.
Il fiume si allontana, a Grantorto prendo a destra una stradina di campagna tracciata giusto a cavallo del confine dei campi. Di nuovo sono parte integrante di un quadro in movimento: cielo azzurro (che si sta però ingrigendo), verde dei campi, macchie coloratissime di magliette da corsa che si spostano fluttuando. Non ho la percezione del tempo che corre perché la mia unica unità di misura è la voglia di arrivare.
Al terzo punto di ristoro mi rendo conto di una novità squisitissima: cubetti di frittata appena spadellata. Incredibile!
Mangio e l’effetto è quello di braccio di ferro con gli spinaci. Ricomincio a correre, a cercare il ritmo giusto. Il sottopasso di via Ospitale è la porta di entrata al paese. Mancano meno di tre chilometri. Per distrarre la fatica parlo con un corridore che sta completando i suoi ventisei chilometri. Cerco di non pensare che chi mi sta parlando (di cosa non ricordo…..so che mi raccontava di …….mah!) con una tranquillità innaturale si sia fatto più di dieci chilometri in più di strada. All’incrocio di via Martiri confluiscono tutti i percorsi. Entro anch’io nel gruppone. C’è tanta gente, tante facce, tanti piedi. Durante il mio ultimo chilometro di corsa inizia a piovere. E’ una pioggia leggera, quasi impercettibile che non mi disturba affatto. All’arrivo, prima di fermarmi completamente, faccio qualche passo di scarico totale. Zero all’arrivo.
Sono arrivato ed ho completato la mia prima marcia sul brenta. La banda inizia a suonare. Per un attimo mi rivedo nella scena del varo del “Secondo tragico Fantozzi”.

Soddisfatto, mi incammino con il tagliando d’iscrizione e mi regalo un panino ristoratore. La pioggia intermittente mi permette di gustarmelo fuori, vicino al punto in cui continuano ad arrivare altri corridori. E’ un flusso continuo di atleti di ogni età. Tanti volti, tante gambe, tanti piedi.  

1 commento:

  1. Da quando abito fuori Carmignano, ogni anno faccio il possibile per non mancare alla marcia e al suo meraviglioso popolo. Si perchè la gente delle marce è proprio bella. Il valore aggiunto della marcia sul Brenta è un uomo che meriterebbe un approfondimento, un numero intero se non è già stato fatto da Fuori Luogo: Bibi Antonello. E' un mito e va intervistato nel suo particolarissimo ufficio. Lucio B.

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