giovedì 16 aprile 2015

TUTTO UN ALTRO CALCIO: MOACIR BARBOSA, IL PORTIERE CHE MORÌ DUE VOLTE

di Roberto Pivato


Ore 16.33, 16 luglio 1950, stadio Maracanã, Rio de Janeiro. La voce di Luis Mendes ripete ossessivamente, per nove volte: «Gol do Uruguay!». Intorno il silenzio è totale: la folla è sconcertata, si sente solo qualche risata di festeggiamento dei calciatori uruguaiani. A terra, come un corpo privo di vita, il portiere del Brasile, la squadra che tutti già consideravano campione del mondo, la quale invece ora sta perdendo, quando mancano dieci minuti alla fine. Moacir Barbosa Nascimento ha appena visto sfilare tra il suo braccio ed il palo la conclusione beffarda di Alcides Ghiggia. È la rete che di fatto regala la Coppa Rimet all’Uruguay, gettando il Brasile tutto nella disperazione. 
È l’attimo che cambia la vita del primo portiere nero della Seleção. Barbosa viene immediatamente considerato il maggior responsabile del Maracanaço, il capro espiatorio da sacrificare sull’altare della rabbia e della delusione di un popolo intero. Per non lasciare dubbi i giornali del giorno dopo titolano: «Barbosa, l’uomo che ha fatto piangere il Brasile». Su di lui se ne dicono tante, troppe: porta sfortuna, l’ha fatto apposta, un nero in porta non può che combinare danni… Nessuno dimenticherà mai quell’episodio: ovunque vada, Moacir viene indicato, evitato, come un appestato od un criminale. Ed è proprio un criminale che si sente quando afferma: «In Brasile la pena massima per il reato di omicidio è trent’anni di carcere; sono quasi cinquant’anni che io pago per un crimine che non ho commesso». Nel 1950 Barbosa aveva ventinove anni, era il titolare di una delle formazioni più forti del suo paese, il Vasco da Gama, e con la nazionale si era già aggiudicato il Campeonato Sudamericano de Football (quella che diventerà poi la Coppa America) dell’anno prima. Era noto per la sua abilità tra i pali, in particolare quella di parare i rigori; era felicemente sposato; la sua squadra di club andava a gonfie vele e lui si apprestava a diventare campione del mondo. Una vita perfetta insomma. Fino alle 16.33 di quel pomeriggio di luglio. 


Da lì in avanti cinquant’anni di emarginazione, di disprezzo da parte praticamente di tutti. Continua a giocare nel Vasco, non più per la nazionale; quando si ritira lavora come custode di una piscina, poi anche l’unica persona che lo amava veramente, sua moglie, muore. Moacir abbandona Rio de Janeiro e si trasferisce dalla cognata, vivendo con una misera pensione che ha dovuto supplicare al suo ex club. Ma le umiliazioni non si fermano qui! Un giorno al supermercato una signora con un bambino lo riconosce e, mostrandolo al piccolo, gli spiega: «Quello è l’uomo che ci ha fatto perdere il mondiale». Nel ’93 gli viene il desiderio di andare a salutare la selezione verde-oro, prima di un match di qualificazione alla coppa del mondo. Gli impediscono perfino di entrare. 


A nulla vale il suo tentativo scaramantico di liberarsi del fantasma di quella maledetta partita. Quando tredici anni dopo il mondiale le porte del Maracanã vengono tolte e sostituite, Barbosa si fa consegnare i pali. La sera invita i pochi amici rimastigli a cena e prepara un barbecue. Nessuno sospetta che la legna che brucia sia quella delle porte del famoso stadio. Una celebre fotografia ritrae il portiere su una di quelle porte, la rete tra le mani, lo sguardo triste, consapevole della gravità di quanto successo, che guarda il vuoto, immediatamente dopo il sigillo di Ghiggia. È l’immagine perfetta della solitudine e dell’abbandono di quell’uomo, costretto a pagare per cinquant’anni la colpa di un gol subito. Il 7 aprile del 2000 Barbosa si è spento: al suo funerale poche persone, nessun compagno di squadra e nessun rappresentante delle istituzioni. Alla sua prima morte, alle ore 16.33 del 16 luglio 1950,  era presente una folla di duecentomila persone. 

sabato 4 aprile 2015

FARGO

di GP F1


Certo che in America succede proprio di tutto. Per onorare questo tutto, nel 1996 i Coen decidono, con  “Fargo”, di celebrare l’assoluta insensatezza di alcune scelte umane. Fargo è il nome del luogo da cui inizia la fine, da cui scaturisce l’inarrestabile effetto domino che sconvolgerà la vita di tutti i protagonisti. La storia, che inizia con una richiesta quanto mai strampalata da parte di uno dei personaggi, sembra a prima vista irreale ed illogica. Quello che Jerry spietatamente chiede a Gaear e Carl fa scorgere per pochi istanti quanto un uomo possa diventare perfido e meschino per raggiungere il proprio scopo. L’ America del “self-made” man viene sbriciolata in pochi attimi. Non tutti riescono a vivere il loro sogno, non tutti riescono a raggiungerlo grazie ai sacrifici di una vita. C’è chi decide di prendere la scorciatoia, c’è chi è disposto a rischiare, a giocare ad una pericolosissima roulette russa pur di arrivare alla realizzazione di un obbiettivo pur non avendone le capacità. Jerry rappresenta proprio questo genere di persona. 
Il problema è che ad accorgersi dell’insensatezza dei suoi piani non ci sono gli amici di una vita che tentano in tutti i modi di farlo ragionare e di farlo desistere da ciò che ha minuziosamente architettato. Di fronte a lui, al “Kings of Clubs” di Fargo ci sono Gaer e Carl, due spietati sicari. La loro sorpresa alla richiesta di Jerry dura solo pochi attimi. Non c’è più tempo per farsi domande, ora bisogna passare all’azione. Chi è il più matto dei tre? Chi è il più insensato? Chi propone il piano d’azione o chi accetta la proposta? Ma se Gaear e Carl iniziano ad agire, Jerry deve soltanto aspettare l’esito degli eventi ritornando a vivere la vita di tutti i giorni nel concessionario di proprietà del suocero Wade. La routine di Jerry è fatta di clienti da soddisfare il più possibile e di tanti rospi da ingoiare facendo finta di nulla. Tuttavia,  Jerry non si rende conto che il suo futuro, per quanto abbondantemente programmato, rimane incontrollabile e sfuggente. Basta pochissimo per rovinare tutto. Ad ostacolare i suoi propositi, quando tutto sembra andare per il verso giusto, c’è l’ostinazione del suocero Wade, lui sì un vero “self-made” man. Wade rappresenta il tipico uomo che nulla o nessuno possono fermare. Vive nell’agiatezza e niente può scalfire le sue certezze. Lui e Jeffry non si sopportano proprio per nulla. Il loro è un rapporto basato sulla pura e semplice formalità ma la sfiducia che Wade prova nei confronti del genero non è poi così tanto nascosta.  Il problema è che l’errore è sempre dietro l’angolo. 
E così, ciò che doveva essere per Gaear e Carl una pura e semplice formalità, diventa invece un’escalation di sangue e rovina. I due azionano un processo di causa-effetto da cui non si districheranno mai più. Ogni azione non si ripercuote solo su di loro ma anche e soprattutto su chi ha a che fare con loro. Nel loro essere schegge impazzite sono però fedeli al loro ruolo di infallibili sicari senza scrupoli. La loro crudeltà stride con il carattere di Marge, la poliziotta che per prima si mette ad indagare queste morti apparentemente insensate. Marge è molto furba, scaltra nel suo lavoro e molto molto perspicace. Non si lascia coinvolgere più di tanto dalle circostanze e riesce sempre a trovare un nesso, un filo logico a ciò che osserva o sente. Vive tranquillamente in compagnia del marito, è al settimo mese di gravidanza e tutto rientra in uno stile di vita serenamente indirizzato alla normalità più assoluta. Grazie ad uno spirito indomito, riesce ad individuare chi si nasconde dietro ad una storia che diventa per si suoi canoni sempre più cruenta. Ma come è possibile rimanere incollati allo schermo fino alla fine del film se tutto ciò che viene presentato è un inno all’illogicità? La risposta ve la darà la scritta che i Coen hanno voluto intenzionalmente proporre dopo pochi secondi dall’inizio del film. Una frase che, a detta dei due ideatori, si insinua nella nostra capacità di vedere e di accettare scene o concetti che altrimenti non saremo in grado di accettare. Quello che i Coen hanno messo in pellicola non sono altro che una serie di avvenimenti che, per quanto essi siano strani ed inclassificabili, sono accaduti realmente. La storia è quindi un’invenzione basata però su fatti che per quanto confutabili hanno un fondo di verità. 
A fare da contorno a tutto ciò il Minnesota innevato ed il suo inverno glaciale. Il piano sequenza con il quale inizia il film racchiude in sé il senso di perdizione dal quale inesorabilmente prenderà il via tutta la storia. Tutto sembra racchiuso in una gigantesca palla di cristallo, di quelle che si agitano per ricreare l’effetto neve. Se all’inizio tutto sembra sfuocato ed impercettibile, le immagini si fanno via via più nitide, più chiare, più riconoscibili. Come la vera identità di Jerry.