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martedì 20 maggio 2014

IL SEMINO BUSINESS, AGRICOLTURA E TECNOLOGIA (?)

di Fabio Marcolongo



Ti danno un semìno. Tutti abbiamo un’idea di com’è fatto un semìno, no? Chi, almeno una volta, non ha preso in mano un seme, per esempio un seme di zucca. Circa un centimetro, piatto, ruvido, bianco, leggero leggero...
Beh, questo semìno è diverso: intanto sembra di metallo, è liscio e freddo al tatto. Poi è spigoloso, un rettangolo, anzi un parallepipedo di circa 6-7 millimetri di lunghezza. E infine il suo peso. Hai presente quando fai per sollevare qualcosa che ti aspetti sia pesante e poi invece... ecco, una bicicletta in carbonio. Tu vai lì (non sai che è di carbonio) ti fai un’idea del peso rispetto alle dimensioni e alla tua “esperienza mentale” di altre bici che hai sollevato in passato. Poi la prendi, la alzi... leggerissima! E ti senti forte come Bud Spencer. Quello che ti frega è l’aspettativa, come sempre, nella vita.
Bene, il semìno di cui ti sto parlando è l’opposto dell’esempio della bicicletta: tu ti aspetti che sia leggero, fai per prenderlo in mano e non riesci a crederci: pesa un sacco! Tre chili! Un semìno così piccolo, neanche un centimetro... tre chili!
A fatica lo sollevo, tra l’indice e il pollice. Mi viene voglia di assaggiarlo, lo sfioro con la lingua... bleah... lo stesso retrogusto di “ferro bagnato” che ti si appiccica al fondo della gola quando viaggi in treno in una giornata di pioggia. Schifato lo riappoggio sulla scrivania insieme ai suoi fratellini: ce ne sono di blu e di arancioni. Altri hanno delle forme diverse, irregolari con una specie di “gambo” e sono neri: il modello “Cuculo Mimetico”. I peggiori.

Il direttore commerciale della ditta è seduto di fronte a me. Gli chiedo: ≪Mi rispiega come si coltiva?≫. ≪Con piacere! É molto semplice: fai una gettata di cemento di circa 50 centimetri per 40, dentro ci inserisci questo semìno, e il giorno successivo nasce il baracchino. Bello, alto circa un metro, un metro e dieci. Abbiamo semìni di due qualità: quelli che costano poco, quelli “matti”, che nascono senza il “frutto”, e quelli più cari, che il “frutto” ce l’hanno già: una macchina fotografica da 20,1 Megapixel. Volendo fa anche i video in Full-HD, 1080p a 50 fotogrammi al secondo! Qui a Carmignano avete acquistato il modello “Start&Stop”, quello arancione con il led lampeggiante≫.
Di fronte alla mia meraviglia, da bravo venditore, quell’ometto calvo e tondo, non perde occasione per esaltare le caratteristiche dei suoi prodotti con una (discutibile) battuta di repertorio: ≪Probabilmente, lei ora si starà chiedendo che senso ha piantare tanti baracchini vuoti lungo le strade. Le rispondo subito: servono per “seminare il dubbio” tra gli automobilisti che non sanno se verranno “beccati” oppure no! Hahaha... “seminare”... l’ha capita?≫. Io non reagisco, incredulo, continuo a fissare quei semìni sopra al tavolo. Lui ripete ancora una volta la parola “seminare” facendo il “gesto delle virgolette” con indice e il medio di entrambe le mani piegati “ad uncino”, all’altezza dei miei occhi. Poi riprende il suo monologo: ≪Gli altri, quelli buoni, quelli più costosi, invece servono per... “seminare il panico” tra gli automobilisti... hahaha...≫. Ripete la parola “seminare” e anche il “gesto delle virgolette”. Forzo un sorriso, lo ringrazio per la disponibilità e ci mettiamo d’accordo sui dettagli per lo storyboard dell’animazione video che andrò a realizzare.


Che strana giornata. Tornando a casa imbocco via San Pio X e vedo un signore in mezzo alla strada, immobile, pietrificato, con lo sguardo perso nel vuoto. Mi fermo e gli chiedo: ≪Tutto a posto? Le consiglierei di spostarsi, di mettersi lì, sul ciglio...≫. Ma lui sembra non sentirmi, e senza distogliere lo sguardo dal vuoto dice: ≪Sa, dovevo trovarmi con un mio amico... davanti alla chiesa... cioè, al campo del Carmenta, quello della cartiera... cioè, davanti al cinema di Carmignano,... cioé...≫. Mentre parla, forzo un sorriso, gli faccio un cenno di comprensione e, con la massima indifferenza, ingrano la prima e piano piano parto. Che strana giornata.  

domenica 11 maggio 2014

I FAVOLOSI RACCONTI DI CEO PAJARO: "EL PAN"

dalla Redazione


Durante a guera, garò vudo quindase ani, anca manco, tredase o quatordase. In chel tempo, de pan ghin gèra poco e doveimo vivare con un eto, un eto e meso de pan al dì, ma ai zovani i ghe ne dava anca manco e a l’omo de pì, parchè el gavéa da lavorare a caricare a jara sol Brenta col baìle e cussì el dovéa magnar de pì, senò aea sera nol ghea faséa a vegner casa, el cascava in tera daea stanchesa e par questo ai putei, i ghin’ dava manco da magnare.
Mi andavo a catare a me tosa e a vedéo sempre pì trista, pì deboe e a tribolava tanto, invesse mi jero fortunà che so’nato so ‘na fameja che el pan no ze mai mancà perchè o faseimo in casa e in granaro ghe jera senpre i sesti pieni de ciope de pan, picài sol trave. Alora se fasea el pan anca par mesi; el vegnéa un po’duro, ma senpre bon, specie quando che o tajaimo a fete.
Vedéo a me tosa che a sofrìa e a gavéa tanta fame, a ghe digo: “da domàn no te sofrirè pì a fame e te fasso vegnère el pan in casa”.
La ze stà suìto contenta, e a me dise: “come fetu?” Digo: “règoea el to reojo col mio e che no ghe sia un menuto de sbaglio - digo - tute e sere ae sie e vintidò, digo, te te presenti aea finestra dea camara daea parte da drìo e mi vò sol granaro nea finistra davanti e te buto coa fionda ‘na ciopa de pan”.
“Ma!...come fetu?...come faretu?...”
“Ti no ‘sta pensare, ti te devi ciaparla al voeo, e portarla drento ‘sta ciopa del pan, ogni dì”.
‘Sta ciopa de pan a jera granda come un putèo coe fasse, a jera longa cussì, nò ciopete da eto, ma a jera granda.
Vào sol Brenta e gò catà ‘na gran forcea de olmo, a jera proprio quea giusta e longa. Dopo a casa gò fato ‘na curamèa e par farla a ghe go tajà a jacheta de me poro nono chel jera andà in Francia par laorare e la gà senpre risparmià par vegnere a casa co a so bea jacheta de curame, e mi ghe gò tajà tuto el da drìo par farme na bea curamèa.
Parecio ‘sta bea fionda, bea da farghe invidia ai veci. Prima de tuto gò fato la prova par alenarme anca soa distansa e dopo, ogni sera, andavo sol granaro, ciapo la me ciopa de pan, vardo el reojo e quando ze la ora, la tiravo.
Me paréa de vedare un missie, el voeava come chee bombe là, sì, la W1, la W2 tedesca e vedeo chel rivava preciso sol posto dove a me morosa lo ciapava al vòeo e seo magnava.
Però ghe jera dée baterie tedesche qua vissin al ponte de Brenta che e faséa da contraerea.
I ga cominsià a sospetare che i vedéa passare senpre ‘sti cosi aea stessa ora e i ghe ghea fato savère a Hitler e lu el se gà anca rabià par questo; invesse mì me gò fregà parchè gò senpre continuà lo stesso, senpre de nascosto e cambiavo i orari a fare el lancio del pan aea me morosa e cussì a ze guarìa daea fame.

[Fuori Luogo ringrazia Ceo e la sua famiglia per l'amichevole 
permesso di pubblicare questo racconto]

domenica 30 marzo 2014

FINALMENTE ABBIAMO LA PISCINA!

di Beniamino Fortunato


Sembrava ormai una chimera, la solita promessa pre-elettorale che svaniva nel tempo di un' Estate Carmignanese, ma adesso l'attesa è finita: abbiamo finalmente una piscina in paese!

Certo bisogna dire che non è stato facile, abbiamo dovuto impiegare una certa dose di energie nello studiare il piano che avrebbe rinfrescato le nostre giornate afose, ma la perseveranza ed un'astuta intuizione del nostro ufficio marketing ha reso possibile ciò che sembrava inafferrabile.
E dire che il piano non è stato nemmeno tanto complesso, è bastato soltanto cambiare il punto di vista: invece di un progetto ingegneristico è stato un progetto culturale a risolvere il nostro problema. Un progetto tanto diabolico quanto invisibile che ha progressivamente portato i nostri vicini guadensi a non essere più guadensi quanto la Turatea, bensì carmignanesi quanto è carmignanese la Bottega di Renato!

In sostanza l'attività si è compiuta all'inizio veicolando un nuovo linguaggio: quelli che erano conosciuti come i macachi arancioni mangia punti della patente sono diventati più carmignanistical correct dei dissuasori di velocità, elevandoli così dal rango di castigo punitivo a promotori della salute dell'automobilista. A questo cambio di paradigma lessicale già i primi abitanti delle Barche avevano ceduto alla nuova appartenenza; mancavano da convincere ancora i guadensi più centrali e quelli di Albereria.
A questo punto il passaggio successivo è stato, se possibile, ancora più fine. Il confine tra San Pietro in Gù e Carmignano non è mai stato così visibile da quando la loro nuova avveniristica pista ciclabile lungo la Postumia vecchia si conclude con arrogante supponenza proprio sul limite dove la mappa catastale segnava (ora non segna più) il confine tra i due comuni. E' stato necessario interpellare un esperto di confinologia dal nuovo impero russo, ma alla fine anche questa barriera è diventata un vecchio ricordo: da pista ciclabile a balcone fiorito la differenza la fa' qualche vaso di geranio, ed ecco che la loro tanto decantata avveniristica pista ciclabile è diventata nel breve giro di una nottata un avveniristico balcone fiorito riducendo al lumicino le speranze dei pochi indipendentisti guadensi rimasti. 
A questo punto il colpo di fioretto finale: potente come una palla chiodata e velenoso come l'arsenico: abbiamo tirato fuori i botti!
Si proprio i fuochi d'artificio che risuonano come il più dolce dei carillon nei cuori di un vero carmignanese: è bastato cambiarne di un niente la traiettoria verso Ovest ed ecco che queste magiche stelline colorate sono andate ad illuminare le fredde e buie nottate dei nostri nuovi compaesani facendo crollare le loro residue difese già fortemente compromesse.

San Pietro in Gù è Carmignano di Brenta, l'irreversibile annessione è stata compiuta e non dovremo mai più cambiare di paese per fare un tuffo a bomba nei sabato pomeriggio estivi!    

lunedì 17 marzo 2014

RUNNING - 1° Step: L’iniziazione

di Fabio Marcolongo


Arrivato ad una certa età devi deciderti a fare delle scelte drastiche. Non puoi più rimandare. Ti rendi conto che la tua vita scorre veloce e devi assolutamente fare qualcosa. Sono davanti allo specchio, mi sto guardando dritto negli occhi e, con tutto il carisma di cui la natura mi ha dotato mi dico: Sei alla soglia dei 35 anni. Devi andare a correre.

Dopo due mesi di perplessità ed indecisione dovuti al fatto che l’idea di “andare a correre” mi faceva stancare, torno davanti allo specchio e guardandomi dritto negli occhi mi dico: ≪Non puoi mentire a te stesso. È vero, correre stanca. Meglio se fai running≫.
La vecchi tecnica dell’uomo di marketing (tutt’oggi adottata da molti politici e da molti manager) funziona sempre. Essa consiste nel cambiare il nome alle cose, ridefinirle, trasformando un concetto negativo in un concetto positivo. Per esempio, la “benzina verde” ci dà l’idea di qualcosa di pulito, che non inquina, perché il verde è il colore del benessere, dell’erba dei prati,...; oppure il famoso “ridimensionamento del personale”... che cosa significa? Che siccome si cambia sede, i soffitti sono più alti, c’è più spazio, allora bisogna “ridimensionare” i dipendenti facendoli diventare più grandi? No. Sappiamo tutti cosa vuol dire, ma “ridimensionamento” ha comunque un suono più piacevole dell’altra parola.
Insomma l’idea di fare running è molto più stimolante di quella di “andare a correre”, ma richiede un’attenta preparazione: l’ho letto su un sito. Non posso mica fare running senza un abbigliamento adeguato e buon paio di scarpe. Poi bisogna capire come si fa, nel senso che fare running è una piccola arte, non è che corri e basta.  C’è da valutare se fai un allenamento sulla distanza o sul tempo, devi capire la progressione delle sessioni di allenamento; poi devi avere la palylist giusta, che ti “accompagna” e ti dà il ritmo. Ovviamente dovrò comprare anche l’iPod, altrimenti dove la metto la palylist?
Se vuoi fare una cosa fatta bene non puoi trascurare nessun dettaglio.

Dopo tre mesi di “studio” della disciplina sono pronto. Ma ormai è inverno. Allora, che faccio? Preparazione mentale: esercizi di visualizzazione di te che fai running per lunghe sessioni con serenità, gioia e motivazione. L’ho letto in un sito.

Finalmente torna la bella stagione e con lei anche il momento della verità. Stretching, riscaldamento, parto. Dopo cinque minuti guardo l’orologio. Ce la posso fare. Dopo dieci credo di averlo riguardato. Resisto. Dopo un quarto d’ora... non so bene cosa... non ricordo. Poi mi trovo di nuovo di fronte allo specchio tutto sudato ed ansimante. Ecco cos’è successo! Sono entrato in trance agonistica! Succede, l’ho letto in un sito.

Che orgoglio, sono tutto gasato, mi sento un atleta, intensificherò le sessioni di... running! Voglio prepararmi per la prossima marcia sul Brenta, poi la mezza-maratona e la maratona. New York aspettami... sto arrivando!

lunedì 3 febbraio 2014

SEI DI CARMIGNANO DI BRENTA SE... - direttamente dal Social

di Fabio Marcolongo


Da qualche settimana è attivo uno spazio FaceBook pubblico dal titolo: “Sei di Carmignano di Brenta se...”. Chi ha il proprio profilo sul noto social network può “entrare” nel gruppo e completare la frase in base ai ciò che lo “lega” al paese.
Questa semplice idea ha attivato un meccanismo di risposte che richiamano esperienze ed emozioni condivise da ogni carmignanese D.O.C.
Infatti, scorrendo la timeline del gruppo possiamo vedere quali sono i personaggi e le situazioni che, nella storia, hanno creato un certo senso di appartenenza, i punti di contatto e di separazione tra una generazione (di iscritti su FaceBook) e l’altra.
Nelle prossime righe riassumo alcuni dei ricordi che, sulla base della mia esperienza di carmignanese, mi sono sembrati essere tra i più significativi rispetto a tutti i post inseriti fino ad oggi.

L’“elemento più sentito” sembra essere rappresentato dai “personaggi” che hanno lasciato un segno nella memoria dei carmignanesi. Eccone alcuni:
Sei di Carmignano di Brenta se...
...andavi all’asilo della cartiera e avevi la cuoca Nerina;
...la to fantasia se stà segnà dae braghette corte (anca in dicembre) del sommo Bibi Antoneo e dae cotoe zebrate dea Tondin!;
...almanco ‘na volta, el mitico Pio Zurlo te ga saeudà dall’alto del so trattore;
...sai che i figli di Olindo sono 4 e tra loro c’è una donna (...);
...te ndavi a sviluppare i rullini dee foto da Fusco. Grazie al caro Cristiano che, vedendo la me passion pae foto da putea, ogni volta che andavo a torle, le vardavimo insieme e lu me faxea i complimenti pa quee fatte ben e me spiegava come fare mejo quee sbagliae;
...te te ricordi Augusto Moeta;
...te ghe conosuo Bepi Ocia;
...andavi anche tu a confessarti da don Bortolo perché ti diceva lui tutti i peccati;
...per chi come me, figlia di muratore, ha sentito parlare di Berto Coto con l’Ape o un mezzo simile ti recapitava sabbia, giara, cemento e calce...;
  ...ve ricordè quando Ilario portava casa i giornai?;
...te ghe ciaoeà almanco ‘na volta con Diego Sbiego;
...gavì avuo el preside Mario Petrina che el rivava in bici ogni matina da Fontaniva e vestio tutto l’anno coe braghe in velluto e maion de lana marron;
...non tanto te conossi Poldo, ma se Poldo te conosse ti;
...e ve ricordeo queste mitiche figure: Menego, Ilario Baldo, Nico Girardi, il dottor Girardi Armando, Toio Frison, Paietto, el Moretto Grespin....

Un secondo “elemento” del “sentirsi carmignanese” è legato all’esperienza scolastica, in particolare risaltano ancora i riferimenti a “personaggi” stavolta intesi come figure di maestre, maestri e prof. delle medie:
Sei di Carmignano di Brenta se...
...ti ricordi del maestro Nildo Bovo. El saveva tutto;
...alle elementari te gavevi el maestro Fincati... sempre con la becheta de bambù in man. Zio can che sbachetae soa testa... Go ancora el soraosso!;
...ae medie te ghe avuo un certo Gomiero come prof. de Artistica;
...come professore dee medie te gavevi Geremia con la mitica 126 e Lelo con la Ritmo;
...alle medie avevi anche tu la Boschetti come prof. di Tecnica;
...ae medie te ga insegnà inglese a Bernardi e te ghe vissuo de rendita per tutte le superiori.

Poi ritroviamo luoghi e caratteristiche tipiche di Carmignano. Per esempio:
Sei di Carmignano di Brenta se...
...al mattino, prima di andare a scuola (anni ’80) andavi a comprare il panino col salame al panificio Ongaro e lo pagavi 500 lire;
...non vedi un campanile quando vai in chiesa;
...El Moreto o Cèo Paiaro zera la to seconda casa;
...a to prima volta in discoteca se sta al Mixappel;
...a Futura? El primo centro commerciae in tutta a provincia, credo!;
...si andava alla Prodet per gli acquisti di sbelletti vari e poi un giro alla Casa della Calza;
...andavi anche tu a prenderti i giocattoli da Dal Cason;
...andavi al Dollaro da Tisiano e Cinsia e Mali!!!
...almeno na volta te ghe passà a notte de Pasqua in Brenta in tenda;
...hai imparato a nuotare in busa;
...ogni tua giornata è scandita dal melodico suono della... SIRENA DEA CARTIERA!!!

Infine, vorrei concludere questa breve “fotografia del ricordo condiviso” con alcune emozioni che ci legano questa porzione di territorio:
Sei di Carmignano di Brenta se...
...quando l’Italia vinse i mondiali ti ricordi che superfesta ci fu in paese;
...almeno una volta uscendo dall’ufficio postale hai bestemmiato;
...dite “là e qua” e non “lì” o “live e chive” che sembra inglese;
...te ghe ‘na guera impiantà con quei “aldeà del ponte” perché te dixi “rua” par indicare la ruota e invesse lori dixe “roda”;
...quando ti chiedono dove abiti e rispondi Carmignano di Brenta, immancabilmente ti senti rispondere... ahhh, ho capito, dove c’è sempre puzza di maiali!;
...(...) la mitica RUGGERI de Ugo Fugolo... ha trasportato tutti i ragazzi di Carmignano degli anni ’70 - ’80. Un pezzo di storia...
...in motorin te ghe si scappà almeno una volta a Messina e te lo ghe seminà andando pal Brenta (...);
...anche tu, all’apertura dei grandi centri commerciali, hai abbandonato i nostri piccoli negozietti... per poi magari tornare tempo dopo pensando che, la cordialità e la disponibilità che trovavi qui non l’avevi trovata altrove.


Ecco. Queste sono alcune delle “parole scritte” che evocano i ricordi, la storia del nostro paese. Ma non ci sono solo “parole”: gli iscritti a questo spazio spazio virtuale, i carmignanesi D.O.C., hanno pubblicato moltissime fotografie d’epoca, al punto di creare una sorta di piccolo museo locale-virtuale. Un luogo-non-luogo alla portata di tutti coloro che hanno voglia di scoprire come la nostra identità personale e la nostra cultura siano legate al territorio in cui viviamo, e al rapporto con le altre persone. 

lunedì 30 dicembre 2013

TRA L’ARGINE E LA RIVA - Il favoloso racconto della vita di Ceo Pajaro - Parte 2

I CLIENTI

“E la gente che viene qui, anche quella è cambiata negli anni?”
“I primi clienti con cui abbiamo iniziato a lavorare erano i casonieri, cioè gli abitanti della zona dei Casoni di Fontaniva che lavoravano con la ghiaia del Brenta. Poi col tempo sono arrivati gli operai del vaglio di Vaccari e di quello di Finesso, venivano qua per pranzo e spesso si fermavano anche a fine giornata, non si poteva però parlare di tante persone”.


“Appena aperto, si lavorava quasi esclusivamente con la bella stagione: da Pasquetta all’arrivo dell’Autunno, così nella stagione fredda noi si viveva con l’oseanda, una rete tra due alberi che avevamo montato dietro l’osteria (le foto dell’oseanda sono appese al muro del locale, ndr). Con questa si prendevano gli uccelli vivi e li si poteva vendere ai cacciatori come richiamo per la caccia. Oppure li vendevamo ad un certo Signor Coltro da Vicenza che poi riforniva le osterie dei Colli Berici. Era carne pregiata perché non veniva impallinata, li si uccideva schiacciandogli la testa cosicchè la carne rimanesse più ricercata”.
“Negli anni ’60 arrivarono le auto, si potevano percorrere tragitti più lunghi e i clienti iniziarono ad arrivare da più lontano, anche da Vicenza. E’ stato quello il periodo in cui abbiamo ottenuto il permesso di organizzare il tiro al piattello qua, dietro l’osteria. Si poteva sparare fino alle 11 di sera e i cacciatori non si perdevano la possibilità di tenersi allenati durante i periodi di inattività”.
“Negli anni c’è stato anche il momento delle colonie, quando l’acqua arrivava fino a dove oggi si può vedere la chiavica di Camerini, cioè a meno di 100 metri da qua. C’erano almeno 5 metri di profondità e i ragazzetti di Carmignano venivano qui a passare le giornate estive. Poi iniziarono a scavare in Brenta, l’acqua si abbassò e il bacino si seccò…”. 


“Secondo me” racconta ora Nano, “il grosso cambiamento per noi fu negli anni ’80, quando la Busa de Giaretta iniziò ad essere frequentatissima ed anche qua la gente arrivava a frotte. Fu il momento in cui si passò da una clientela di adulti (gli operai, ndr) a una di giovani che arrivavano con tutti i mezzi, moto, motorini, biciclette, anche col treno: c’erano ragazzi che partivano da Venezia col treno per venire a fare il bagno in Busa, scendevano in stazione a Carmignano e poi se la facevano a piedi fin qua. Che periodo!”.
“Al giorno d’oggi si vive in parte ancora di quei gloriosi periodi degli anni ’80. La gente viene numerosa ma non come all’epoca. La cosa bella che ci capita è riconoscere chiaramente i ricambi generazionali: inizi a vedere i ragazzi quando hanno 13-14 anni, vengono qui a mangiare il panino in bici o col motorino, poi viene l’età della macchina, li vedi di meno, magari la Domenica d’Estate preferiscono passarla al mare, capisci che hanno allargato il raggio d’azione, poi trovano la morosa e i passaggi da Ceo si fanno ancora più radi, poi si sposano e non li vedi più. E’ così che funziona!”.


“E questo è l’unico posto in cui venivano a mangiare i morti!” a Ceo non sembra vero di vedere le nostre facce ansiose di spiegazioni dopo questa affermazione lanciata tra capo e collo. “Si, avete capito bene. Dovete sapere che questo era il posto dove le truppe americane di stanza in Italia venivano a provare le manovre coi missili nike. Si esercitavano e tutti avevano un tesserino di riconoscimento durante le prove. Chi ‘periva’ in battaglia durante le esercitazioni doveva togliere il tesserino ed era libero di venire qua da Ceo a mangiare spagheri come chiamavano loro gli spaghetti. Mai visti dei cadaveri con tanto appetito!”
“E’ stato un gran periodo anche quello degli americani” prosegue eccitato Ceo “alla fine di ogni pasto lasciavano, uno, due o anche tre dollari americani sotto al piatto, per loro costumava così. Quando si concludevano le esercitazioni portavano via tutto lasciando una pulizia perfetta ma ‘dimenticavano’ sempre delle scatolette con le loro razioni personali (una di queste scatolette è ancora conservata in osteria, ndr) dentro si potevano trovare sigarette, carne, cioccolata. Appena se ne andavano era il turno dei ragazzini che abitavano qua intorno che provvedevano a fare le ultime pulizie di quel che avevano ‘dimenticato’ i soldati”.

“Anche il Generale Dozier, quello che rapirono negli anni ’80 a Verona (si parla del comandante NATO nell’Europa meridionale James Lee Dozier, rapito e tenuto sequestrato per circa un mese dalle Brigate Rosse a cavallo tra il 1981 e il 1982, ndr), veniva sempre qua da noi a prendere il cappuccino, arrivava con l’elicottero che atterrava qui davanti e poi andava a seguire le esercitazioni” (continua...)


mercoledì 18 dicembre 2013

LE LUCI DI NATALE - Buon Natale

di Fabio Marcolongo


Quando passeggio per Carmignano attraverso questa nebbia fitta e umida, provo una strana sensazione. Il freddo mi punge il viso, l’unica parte del corpo che non è avvolta dalla lana calda e soffice. 
La mia attenzione viene catturata dalle luci natalizie di via Marconi e penso: «Come sono cambiati i tempi. Una volta mi sembra che fossero tutte rosse e gialle. Adesso, invece, sono blu e gialle. Così sono più belle, “fanno” più “atmosfera di Natale”».

Incrocio una coppia di mezza età, non ci conosciamo, ma loro sorridono e mi dicono: «Buonasera». Ricambio il saluto e il sorriso. Mi sento felice. Poi, la moglie sussurra al marito: «Hai visto le luminarie? Sono più belle blu e gialle che non rosse e gialle come una volta! Il blu “fa” più Natale». Lui è d’accordo.

Passo vicino alle poste e vedo un gruppo di adolescenti che ridono e scherzano tra loro. Hanno dei petardi. Immagino che stiano facendo le “prove generali” per l’ultimo dell’anno, o meglio, una sorta di “primarie” per scegliere democraticamente quale sarà il “botto” migliore, quello da esplodere allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre. Mi chiedo: «Chissà se per esprimere la loro opinione hanno pagato due euro a testa, oltre al costo dei petardi». E poi un’altra domanda: «Perché proviamo felicità o eccitazione quando sentiamo queste “esplosioni”?». Non ho risposte. Non ho una risposta neanche al perché associo il costo, l’”utilità”, la necessità di ascoltare il rumore di un petardo, al problema della crisi economica. Abbandono il pensiero, lo lascio ingarbugliato nella nebbia. Oggi non voglio che nella mia testa ci siano idee negative. Voglio sentirmi felice.

Proseguo verso casa e incrocio una coppia piuttosto giovane, non ci conosciamo. Stavolta accenno io un saluto per primo, sorrido e dico: «Buonasera», ma loro non ricambiamo. Si limitano a guardarmi per un istante con un’espressione che sembra dire: «E questo chi è ? Manco lo conosciamo e ci saluta?».
Sorrido tra me, e penso: «Come sono cambiati i tempi. Chissà se passando per via Marconi noteranno che le luci di Natale non sono più rosse e gialle come una volta, ma sono blu e gialle».
Non vi conosco, comunque, in quel saluto c’era il mio augurio, perché anche voi passiate un buon Natale. Mi basta questo per sentirmi felice oggi.

lunedì 18 novembre 2013

LA SAGOMA DA SPRITZ: tipi e tipologia

di Fabio Marcolongo


La Sagoma da Spritz: genesi
La Sagoma da Spritz (S.d.S.) è una creatura mutante che, per i due terzi della propria esistenza vive a pochi metri dalla porta di un bar: il “suo” bar preferito. Durante la stagione delle piogge si può, talvolta, incontrare anche appena dentro al suddetto locale, davanti al bancone. Il resto del tempo lo passa al lavoro: per sua fortuna ha un (sempre più raro) contratto a tempo indeterminato.
Fino ad oggi si sono osservati solo esemplari di sesso maschile. Si ipotizza che ciò sia dovuto alla particolare conformazione neurologica del cervello dell’uomo rispetto a quello - più evoluto - della donna.
Qualsiasi uomo di (più o meno) sana costituzione può trasformarsi in S.d.S. La mutazione può avvenire in diverse fasi della vita, anche se non è detto che persista: di solito si manifesta nell’età compresa tra i 20 e i 30 anni. Durante questo periodo, esistono una serie di fattori che determineranno se la mutazione sarà totale, parziale, se diventerà definitiva, o se sparirà completamente.
La S.d.S. ha tre obiettivi nella sua vita: guadagnarsi lo stipendio; spendere lo stipendio; pagare il mutuo al titolare del “suo” bar preferito attraverso consumazioni di alcolici e tramezzini tonno-cipolline.

Come riconoscere una S.d.S.
Innanzitutto bisogna individuare il contesto: come anticipavo la S.d.S. vive davanti al “suo” bar preferito.
Poi va osservata la postura. In quanto “sagoma” la sua caratteristica principale è la fissità: essa tende ad assumere una posizione che poi manterrà per tutto il week-end. Le gambe sono leggermente divaricate, con le punte dei piedi rivolte verso l’esterno; il braccio sinistro è piegato a novanta gradi e la mano stringe un bicchiere di spritz (attenzione: dopo cena la S.d.S. beve birra, e dopo la mezzanotte Amaro Montenegro o Unicum). Il braccio destro segue il profilo del fianco, la mano è all’altezza della coscia e, tra pollice e indice tiene una sigaretta. Il mignolo può essere più o meno sollevato verso l’alto con indiscutibile eleganza. Lo sguardo è fisso davanti a sé ed il volto suggerisce un’espressione ambigua, tra il mistico (perso nel suo mondo interiore e nella sua profonda spiritualità) e la sfida (se gli passi davanti e lui ti vede non sai esattamente cosa pensa di te, e questo ti mette a disagio).
La S.d.S. si muove poco per risparmiare energia. I movimenti tipici sono: lo spostamento dalla sua posizione strategica (appena fuori dal bar) verso il bancone del bar per ordinare da bere (quando non glielo portano); il movimento del braccio sinistro per sorseggiare; il lento movimento del braccio destro per portare la sigaretta alla bocca; la successiva aspirazione (visibile dalle fossette che si formano allo stringersi delle guance) e il contemporaneo abbassamento sempre del braccio destro, che torna alla sua comoda posizione iniziale; l’inclinazione del collo all’indietro con l’elegante soffio del fumo e l‘appena percettibile rigonfiamento delle guance. Durante tutta l’azione lo sguardo resta sempre fisso nel vuoto, davanti a lui.
Abbigliamento: di solito la S.d.S indossa una camicia e un paio di jeans, anche se molti giurano di aver visto degli esemplari in tuta da ginnastica. D’inverno porta un giubbotto più o meno elegante, dipende se si tratta di un giorno feriale o festivo.

L’incontro
Al di là dell’aspetto esteriore, se capita di incontrare una S.d.S, bisogna tener conto che la caratteristica più rilevante è la sua capacità oratoria: la S.d.S. riesce a discutere di qualsiasi argomento con serenità e leggerezza, e con vari livelli di approfondimento. Può parlare ininterrottamente per un tempo compreso tra le 48 e le 72 ore (flessibilità adatta sia ai week-end “normali”, sia a quelli con “il ponte”) talvolta anche di più.
L’interlocutore viene letteralmente “inglobato” nella conversazione in modo del tutto inconsapevole. Dopo pochi secondi cade in una profonda trance, dalla quale si riprende, nella migliore delle ipotesi,  il lunedì mattina. Non ricorda cosa è successo mentre beveva quello spritz il sabato, prima di pranzo, ma sente un forte desiderio di ritornare in quel locale il prima possibile, per un altro aperitivo e una piacevole chiacchierata con il tipo dallo sguardo misterioso.
Dunque, la S.d.S. diventa un ottimo strumento di marketing per i proprietari dei bar perché attira nuovi clienti e garantisce un certo livello di consumo mensile, attivando dei loop di offerte e contro-offerte di bevande alcoliche di ogni tipo.

Ultimamente, nei locali carmignanesi, oltre alla presenza di alcune S.d.S. si possono notare anche degli strani signori con abiti scuri firmati. Non sono agenti dell’FBI, ma studiosi di marketing della “Bocconi” che vengono ad osservare questo processo di attrazione e fidelizzazione del cliente. Il loro obiettivo è quello di estrapolare il modello economico della S.d.S. e applicarlo all’economia italiana per rilanciare lo sviluppo. Pochi lo sanno, ma Monti si è dimesso per questo: vuole occuparsi personalmente del fenomeno. Più di qualche lettore del nostro blog ha visto il Professore in qualche bar di Carmignano, con un block-notes a quadretti e un registratore, mentre beveva un caffè macchiato.

lunedì 21 ottobre 2013

L'AZIENDA: la crisi, all'improvviso

di Fabio Marcolongo


A Carmignano cʼera una prosperosa azienda nella quale lavoravano i due terzi degli
abitanti del fiorente paese dellʼAlta padovana. Tutto andava a gonfie vele. Operai,
impiegati e dirigenti realizzavano prodotti di alta qualità e li vendevano in tutta Italia,
in Europa e in America. Facevano un sacco di straordinari e potevano mantenere un
alto tenore di vita. Poi, un giorno, arrivò la crisi.
Fortunatamente, i manager della meravigliosa azienda avevano studiato economia
nelle migliori università italiane. Qualcuno aveva fatto anche un master allʼestero!
Quando i giornali e i politici dissero che eravamo in crisi economica, il Consiglio Di
Amministrazione, su pressione dei proprietari dellʼazienda, incaricò questi grandi
dirigenti di fare qualcosa: dovevano mettere in atto le migliori strategie suggerite dai
loro percorsi di studio e dalla loro profonda conoscenza delle leggi dellʼeconomia e
della finanza. Così, essi si chiusero nella sala riunioni per sei giorni e sei notti (il
settimo giorno si riposarono) e ne uscirono con un ambizioso piano di rilancioanticrisi
che prometteva “soluzioni innovative a sostegno del brand e del valore del
made in Italy”: aumentarono i propri stipendi e attivarono la cassa integrazione per i
dipendenti.
Purtroppo, a dispetto delle previsioni la situazione peggiorò: questa entità così
vagamente descritta dalle leggi dellʼeconomia e della finanza insegnate nelle migliori
università italiane (il mercato), si comportò in modo imprevisto rispetto a quanto
immaginato. I manager intascarono i loro sostanziosi “premi economici” e vennero
licenziati dalla proprietà dellʼazienda che, nellʼarco di pochi mesi, fu costretta a
chiudere “baracca e burattini”.

I dipendenti erano disperati: cʼera chi, come Antonio (detto Toni), dichiarato elettore
di centro-destra, iniziò a protestare contro i proprietari dellʼazienda perché avevano
scelto dei dirigenti incapaci. Toni sosteneva che avrebbero dovuto gestire le cose in
modo diverso e attaccava il sindacato che secondo lui non era intervenuto nel modo
giusto; poi cʼera Giuseppe (detto Bepi), dichiarato elettore di centro-sinistra e
rappresentante sindacale, che sosteneva che la rovina del sistema economico era la
logica capitalistica e la debolezza del potere operaio. Bepi e un gruppo di suoi
sostenitori erano in conflitto con Toni che aveva un altro gruppo di colleghi schierato
al suo fianco.
Cʼera anche Giovanni (detto Nani) che veniva sempre preso in giro perché non si
interessava di politica ed era un sognatore, sempre con la testa tra le nuvole.
Poco prima che lʼazienda fallisse Nani era andato a parlare sia a Toni che a Bepi,
suggerendo loro di concordare delle soluzioni alternative a quelle proposte dalla
dirigenza. Ma entrambi lo snobbarono dicendo che avevano dei modi di pensare
troppo diversi per collaborare tra loro (ognuno voleva dimostrare che il suo pensiero
era giusto e quello dellʼaltro era sbagliato); inoltre, proporre qualcosa a dirigenza e
proprietà voleva dire assumersi responsabilità, e questo li spaventava. Nani aveva
replicato che non si fidava di quei manager e se non si assumevano delle
responsabilità loro come dipendenti, probabilmente i problemi si sarebbero aggravati.
Ma ancora una volta la risposta dei due “piccoli leader” fu negativa.
Lʼazienda ha chiuso da un anno.
Toni è stato assunto nella banca dove aveva lavorato suo padre prima della
pensione. La domanda che viene da porsi è: perché la banca ha assunto un
geometra? La risposta è semplice: perché suo padre avanzava un favore dal
direttore della filiale di un paese a pochi chilometri da Carmignano. Tra lʼaltro, questa
distanza diventò un problema per Toni che si sentiva frustrato: tutta quella strada per
andare a lavorare! Per alleviare il suo dolore si comprò lʼiPhone5, lʼiPad con display
Retina e lʼAudi nuova. Questo lo fece stare meglio, almeno per un poʼ.
Bepi, vive da solo in una tenda piantata nel giardino della sua ex-azienda e dichiara
che lʼoccupazione della fabbrica andrà avanti ad oltranza, per rivendicare i suoi diritti
e contestare il capitalismo che sfrutta la classe operaia. Non si è più tagliato la barba
né i capelli, né le unghie dei piedi. É vestito da militare e si vanta di avere un
tatuaggio di Che Guevara nella zona pubica. In questi mesi ha imparato a suonare
discretamente con la chitarra sia “Bella, ciao” che “Bandiera Rossa”. Spesso lo si
sente litigare al cellulare o via skype con il suo acerrimo avversario di sempre, il neobancario
Toni. Anche in questo caso viene da porsi una domanda: come fa Bepi a
mantenersi? Ancora una volta la risposta è semplice: grazie a sua moglie. É vero
amore? Purtroppo no. Lei è una ricca ereditiera che, pochi mesi dopo il matrimonio,
Bepi trovò a letto con lʼamministratore delegato della sua ex-azienda. Da qui il
divorzio e la richiesta alla ricca donna di un cospicuo assegno mensile di
risarcimento (per danni morali). Era un suo diritto.

Tutti gli ex-dipendenti della ex-azienda sono stati assunti da una nuova azienda sorta
a Carmignano. Il proprietario della nuova azienda è un ex-dipendente dellʼex-azienda
che, dopo essere stato licenziato, provò a seguire il suo istinto e il suo sogno: avviare
unʼattività imprenditoriale. Si tratta proprio di Nani, quello che veniva criticato perché
non si fidava dei dirigenti e che non voleva schierarsi con nessuna ideologia politica;
quello che sosteneva che erano i dipendenti a doversi assumere delle responsabilità,
a mettersi in gioco, perché il mercato è imprevedibile, è fatto di persone e di
“relazioni tra le persone” e, lʼeconomia e la finanza se lo dimenticano sempre.
Allʼinizio fu dura: si rivolse alle banche che gli negarono qualsiasi finanziamento
perché non poteva dare loro le garanzie che pretendevano. Provò ad andare anche
alla filiale dove lavorava il suo vecchio collega Toni, sperando di ottenere un minimo
di sostegno da parte sua. Invece Toni lo derise dandogli del “povero sfigato”.
Ma Nani non si arrese. Fissò un incontro con la ex-moglie di Bepi per chiederle un
prestito. Lei era disponibile ad una condizione: il suo nuovo compagno, 
lʼex amministratore delegato della ex-azienda avrebbe dovuto essere assunto. Nani
rifiutò. La ricca ereditiera rimase di stucco. Alla fine, affascinata da tanta tenacia
cedette e finanziò lʼavvio della nuova attività.

Sono passati diversi anni da questi episodi. Lʼazienda di Nani continua ad essere un
successo e ad offrire opportunità a molte persone. Lui è diventato ricco e, quando
può, va in giro a raccontare la sua storia ai giovani, sottolineando il fatto che non
bisogna mai rinunciare alla propria libertà di pensiero e ai propri sogni. Perché
ognuno di noi può sempre fare la scelta giusta: quella di assumersi la responsabilità
per cambiare le cose quando vanno male.

martedì 24 settembre 2013

L'EPIDEMIA



di Fabio Marcolongo

Carmignano, 2013: siamo stati contagiati. E le conseguenze sono sotto gli occhi di
tutti. Lʼepidemia è stata causata dal virus H*B-16ʼ61.

Il Professor J.H. nacque nella Pennsylvania occidentale e, verso la metà del secolo
scorso, divenne il più famoso e stimato microbiologo degli Stati Uniti. Le sue ricerche
si basavano sullo studio di virus mutanti che avrebbero potuto aiutare lʼumanità a
progredire per realizzare un mondo migliore.
Un giorno il Professore si innamorò di una sua studentessa, la giovane e bellissima
C.W. I suoi occhi verdi e maliziosi conquistarono lo scienziato e i due si sposarono,
nonostante la differenza di età.
Verso la metà degli anni ʼ70, il promettente microbiologo carmignanese E.S.,
allʼepoca ricercatore univeristario, partì alla volta degli Stati Uniti. Emigrò in un paese
che, si diceva, potesse offrirgli molto di più dellʼItalia per sfruttare il suo talento e
realizzare le sue ambizioni. Ci riuscì: dopo enormi sacrifici, il tenace E.S. diventò
assistente del Professor J.H.
Questʼultimo, nel frattempo, era stato nominato per ricevere il Premio Nobel, grazie
alle sperimentazioni condotte assieme alla moglie. I due scienziati stavano creando
un virus mutante che avrebbe dovuto fare aumentare lʼintelligenza delle persone che
ne venivano infettate: il virus H*B-16ʼ61. La sua efficacia era stata testata sui topi e
su uno scimpanzè che, per ben due volte, aveva battuto a scacchi il Professore.
Ma lʼentusiamo durò poco: nelle 48 ore successive allʼinalazione del virus, le cavie
pretendevano e bevevano litri e litri di birra. Se non la trovavano diventavano violente
e, nellʼarco di poche ore, morivano per arresto cardiaco. A causa di questo grave
problema il progetto venne sospeso senza mai sapere quali fossero gli effetti
sullʼuomo. Inoltre, il Professor J.H. fu accusato di svolgere un lavoro amorale, e
cadde in una profonda depressione.

Nonostante ciò, la bella moglie del Professore, C.W., assieme al carmignanese E.S.,
continuarono gli esperimenti in segreto. Superarono lʼimpasse e perfezionarono la
formula: ora lʼeffetto dellʼaumento dellʼintelligenza su topi e scimpanzè era stabile e la
loro dipendenza dalla birra restava a livelli accettabili. Era giunto il momento del test
sullʼuomo, prima di svelare che la ricerca era stata portata avanti contro la legge.
Quando apprese la notizia, il Professor J.H. si illuminò e decise che avrebbe testato
lʼefficacia del virus H*B-16ʼ61 su se stesso: aveva dedicato una vita a quel lavoro e
voleva essere il solo reponsabile di eventuali drammatiche conseguenze. C.W. si
oppose fino a piangere, ma non riuscì a far cambiare idea allʼostinato marito che da
quel momento non sarebbe mai più stato se stesso.
Il Professor J.H. si risvegliò dopo due giorni sul suo letto. Si alzò e iniziò a
camminare per la casa. E.S. e C.W. lo osservavano: si muoveva come un perfetto
idiota. Sembrava un extraterrestre che esplorava un nuovo mondo, rideva delle sue
stesse deiezioni, faceva pipì nelle pentole della cucina e poi se la rovesciava
addosso divertito. Fu ricoverato in una clinica per malati mentali e non si ebbero più
notizie di lui.

Per qualche motivo gli effetti sullʼuomo erano opposti a quelli registrati sui topi e gli
scimpanzè. In altre parole, chi veniva contagiato dal virus diventava completamente
stupido. La disperazione divenne rabbia: C.W. e E.S. distrussero la formula
modificata del virus H*B-16ʼ61; poi la rabbia divenne desiderio e i due giovani
scienziati, che ormai avevano passato molti giorni e molte notti assieme nel
laboratorio, si innamorarono e andarono a vivere insieme.
Ma la passione durò poco. Pochi mesi dopo, la ex-fidanzata di E.S., nota ballerina di
lap-dance, venne in America per motivi di studio: si era iscritta ad un corso intensivo
per diventare contorsionista e, per risparmiare, supplicò E.S. di ospitarla a casa sua.
Lʼingenuo scienziato accettò anche se C.W. non era dʼaccordo.
Alla ballerina di lap-dance, neo-diplomata contorsionista, bastarono venti giorni per
sedurre e riconquistare il suo ex-fidanzato. I due rientrarono in Italia, a Carmignano.
Avevano deciso di sposarsi.
C.W. che non accettava il fatto di essere stata rifiutata promise di vendicarsì.
Recuperò lʼultima fiala del virus H*B-16ʼ61 che aveva deciso di conservare in un
nascondiglio segreto e raggiunse la casa del suo amato, a Carmignano. Riconobbe
di essere nel posto giusto dallʼodore di pipì di maiali che E.S. le aveva
nostalgicamente descritto tanto spesso dopo aver fatto lʼamore. Quando i due si
trovarono faccia a faccia, lo pregò di rimettersi insieme a lei e di tornare negli Stati
Uniti. E.S. rifiutò così C.W. indossò una maschera anti-gas, liberò nellʼaria il
contenuto della provetta e se ne andò sghignazzando.
E.S. era disperato, impotente e rassegnato: gli abitanti di Carmignano sarebbero
diventati stupidi per colpa sua, per colpa del suo egoismo. Ma fu allora che accadde
qualcosa di miracoloso. I carmiganesi non diventarono stupidi come era accaduto al
Professor J.H. ma, al contrario, divennero più intelligenti! Il virus provocò lʼeffetto per
cui era stato originato, effetto che si rivelò essere stabile nel tempo e tramandato di
generazione in generazione, ai figli e ai nipoti di chi lʼaveva respirato.

Cosa accadde? Il Dottor E.S., oggi mi spiega che lʼaria del nostro paese era
caratterizzata da unʼalta densità di una componente dellʼurina dei maiali che rese
“stabile” la mutazione del virus H*B-16ʼ61. Questo era “lʼingrediente” che mancava al
povero Professor J.H. per raggiungere il suo obiettivo. Va riconosciuta, seppur in
forma lieve e variabile da persona a persona, la persistenza di un effetto collaterale
(del tutto trascurabile, soprattutto se gestisci un bar): lʼalta propensione al consumo
di birra.