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lunedì 1 aprile 2013

THE GARDEN HOUSE


un racconto di Silva Golin
parte settima e ultima

“Bene ci siamo tutti? Allora io e Fenella andiamo in cucina a prendere i piatti”.
Fenella continuava a chiedersi, come una specie di mantra, ma come ha fatto ad arrivare domenica sera così in fretta. Lei si sentiva inadeguata, la cena sarebbe stata una schifezza e la sua camicia verde menta  le sembrava scialba, per non parlare dei jeans, tutte le signore erano agghindate come fate e trasudavano essenze costose. Fenella per calmarsi aveva soltanto massaggiato due gocce di olio essenziale sui polsi.
Alina le batteva sulle spalle, confortandola. Inoltre Maurizio a stento la guardava in faccia. Per fortuna era venuto solo, portando per davvero una pianta, un alberello di mele. Era carino e aveva una bella forma. Inoltre, pensò Fenella, avrebbe usato le piccole mele per decorare l'albero di Natale.
Tutti avevano avuto apprezzamenti per la casetta, era bella, era insolita, era demodè, era originale....
E tutti si erano complimentati con il bravo architetto che la aveva ristrutturata, insomma la serata fu piacevole, i cibi finiti, il vino rosè bevuto con parsimonia da chi doveva guidare e i dolci ebbero successo. Alla spicciolata gli ospiti se ne andarono, e Alina fu accompagnata alla stazione per prendere l'ultimo treno. Fenella aveva una montagna di piatti da lavare, sedie da giardino da sistemare e un leggero mal di testa. Maurizio se ne andò quasi per ultimo. Poi Fenella rimase sola, in mezzo alla baraonda non sapendo da che parte cominciare. Così, come era sua abitudine fece l'ultimo giro nel giardino. Quella sera più che mai, sembrava incantato, e lei si sentiva vuota e sola. Con se stessa poteva ammetterlo, aveva sperato che Maurizio si fosse accorto della sua confusione, della tristezza dei suoi occhi, delle pallide guance che aspettavano i suoi baci. Un'auto, nel viale, era strano sentirla a quell'ora, in quella via in cui nessuno abitava. Fenella corse al cancello di legno e lo aprì piano. La macchina era di Maurizio, ma lui non scendeva.
Avrà dimenticato qualcosa, pensò Fenella. Così si avvicinò alla portiera, lui si accorse di lei e uscì.
“Ti giuro che non è una scusa, la macchina ha qualche problema, fa un rumore che non mi piace. Posso dormire sul divano? Sono stanco morto e domani mattina devo essere in cantiere presto, ti scoccia?”
“Ma non ti ricordi? Io il divano non c'é l'ho! Ho solo un letto ed è molto stretto… Io non credo sia il caso, non puoi dormire in macchina?”
“Ti prendi cura di tutti quei stupidi animaletti che spuntano nel tuo giardino, le briciole per gli uccellini, l'acqua in ciotolette perchè non soffrano la sete... e io che sono un essere umano, non merito un po’ di comprensione?”
“Va bene, ok. Ma mi sembra molto sconveniente, e poi non hai il pigiama.”
“Dormirò vestito”.
Con un sospirò Fenella acconsentì.
“Stai facendo un gesto di carità, soprattutto dopo che ti ho maltrattata, quasi ingiustamente.”
“Infatti”.

E davvero il lettino da una piazza e mezza le sembrava più stretto che mai. Fenella indossava una camicia da notte chiusissima, Maurizio si era adattato a un pareo fantasia e la maglietta girocollo, poichè il giorno dopo non poteva presentarsi al lavoro tutto strazzonato. Come Fenella sentì la porta del bagno aprirsi chiuse la luce e si distese occupando trenta centimetri di letto. Maurizio fece altrettanto. Fenella voleva proporre di mettere un cuscino tra di loro oppure una coperta arrotolata, ma le sembrava una cosa da medioevo, infondo si trattava di poche ore. E poi si disse, erano così stanchi che si sarebbero addormentati subito.
“Bella festa, buono il cibo, chi ha cucinato?”
“Soprattutto Alina io non so molto cucinare”.
Fenella decise che non sarebbe riuscita a chiudere occhio, aveva freddo, poi caldo e il cuore le martellava così forte in petto che si stupiva che Maurizio non lo sentisse. Per questo rimase male quando sentì il suo respiro pesante e regolare, si era addormentato, piantandola in asso.
Ma la stanchezza alla fine ebbe la meglio anche su di lei.
Alcuni raggi di sole entrarono dalle imposte, Fenella si svegliò lentamente con la strana sensazione di essere bloccata al letto, tentò di muovere le gambe e questo fu peggio, si immobilizzò subito perchè con un ginocchio aveva sfiorato una zona morbida. Maurizio le era avvinghiato addosso, il suo viso appoggiato nel collo, le braccia che la cingevano in modo possessivo, i capelli arruffati e finalmente il suo vero odore, di pelle, di uomo. Fenella respirò piano chiedendosi cosa fare, forse durante la notte lo aveva cercato lei.
“Non muoverti”.
Il suo respiro così vicino al collo le fece il solletico. Lentamente le sue labbra le sfiorarono il lobo dell'orecchio e una mano si spostò a tenerle la nuca. Le sfuggì un respiro lungo e soddisfatto, i suoi occhi nel buio incrociarono quelli di lui, paura, tristezza, inadeguatezza, tutto scomparì in un istante. Fenella era solo felice, di sentire la vita scorrere in quelle braccia che la stringevano, in quelle gambe lunghe, in quel petto che a stento riusciva a trattenere la forza che conteneva. Il suo cuore pulsava impazzito, ma si lasciò travolgere dai suoi baci, dalle carezze languide sulle braccia e i capelli. Fenella capiva che era giusto, che aveva desiderato questo, che stava vivendo un momento magico ed irripetibile, che non avrebbe mai amato così…

                                                                       FINE

lunedì 25 marzo 2013

THE GARDEN HOUSE



un racconto di Silva Golin
parte sesta

Con il cellulare sempre acceso e gli operai in casa Fenella non ebbe più pace. Le decisioni, tutte importanti da prendere, erano milioni e lei era sull'orlo dell'esaurimento nervoso. Maurizio era più abituato a questa pressione, le telefonava a qualsiasi ora, senza neanche salutarla le faceva domande di ogni tipo, sui colori, le piastrelle, il ripiano della cucina, i sanitari, vasca o doccia, ampiezza delle finestre. E inoltre continuava a rimuginare perchè non metteva mai in moto la macchina del nonno, si sarebbe rovinata, avrebbe fatto la ruggine. La casa sembrava un campo di battaglia, ogni volta che Fenella tornava dal lavoro si chiedeva quale pezzo non avrebbe trovato.
Passò l'estate, e arrivò settembre, la casa sembrava a buon punto, mancava davvero poco. Era bellissima. Come un sogno che diventa realtà. Fenella si chiedeva se da lassù il nonno la giudicasse male, oppure se era felice di tutti i cambiamenti apportati, forse se non è d’accordo me lo farà capire, comincerò a sentire la sua voce che mi chiama la notte o la sua presenza con quadri che cadono da soli o la radio che esplode.
“Signorina, farà una bella festa quando sarà finita” Le aveva detto un operaio. Una festa? Che idea splendida, ma gli amici di Fenella erano davvero pochi e i parenti ancora meno. Sarebbe stato molto deprimente fare un bilancio delle proprie conoscenze e scoprire che erano così limitate. Sua sorella era molto più socievole ed espansiva. Se almeno avesse avuto dei vicini o dei compagni di scuola simpatici. Invece non c'era nessuno in particolare, tranne qualche cliente del negozio, ma era un rapporto diverso. Forse era l'insicurezza che la bloccava, forse la rigida educazione che aveva ricevuto e forse era anche noiosa e acida come una zitella, avrebbe dovuto comprarsi un abito rosso e invitare gente a casa, per una festa, e avrebbe brindato alla nuova vita. O forse per lei era più giusto una cena, una cena intima con le persone che l'avevano sostenuta e avevano creduto nelle sue idee così particolari.
Mentalmente cominciò a fare un elenco. Beh sua sorella, la signorina Annamaria, l'architetto Magnabosco, il capo del cantiere, il suo aiuto giardiniere, e anche Maurizio, naturalmente, e questo le fece correre un brivido lungo la schiena. Questo era il momento di sapere se era fidanzato, perchè Fenella avrebbe dovuto chiedere agli invitati di portare le mogli. Da molte settimane si chiedeva se lui volesse parlarle proprio di questo, ma Fenella aveva sempre cercato di soprassedere all'argomento con qualche scusa.
Con l'aiuto di Alina, che era venuta a passare qualche giorno alla casetta, iniziarono i preparativi. Per prima cosa furono invitati con un simpatico biglietto i partecipanti, poi fu deciso il menù, molto informale, una serie di piatti semplici, per un buffet in giardino, che era rigoglioso di frutti e colori, le fronde del salice toccavano terra. Per l'occasione Fenella aveva predisposto candele e torce. L'invito che doveva ancora spedire era quello di Maurizio, perchè non conosceva il suo indirizzo. Per fortuna una mattina aprendo le imposte lo vide risalire il sentiero, era imbronciato, camminava con lo sguardo fisso a terra, la campanella squillò e Fenella aprì la porta in pigiama lilla, con una leggera sciarpa avvolta sulle spalle e gli occhi penosamente appiccicati e i capelli scomposti. Era molto imbarazzata dal suo aspetto, e da quello che lui avrebbe pensato, ma l'ora era insolita.
“Buongiorno”
“Ciao, scusa per l'ora ma ieri l'architetto mi ha riferito che domenica sera è a casa tua per una festa, una specie di inaugurazione, è vero?”
“Per l'appunto io volevo invitarti, ma non conoscevo il tuo indirizzo.”
“E non potevi chiamarmi? Ah, ma già, tu mai una volta ti sei degnata di telefonarmi, perchè? Oppure vuoi escludermi di proposito“ le afferrò entrambi i polsi e la stretta sembrava d'acciaio “non mi vuoi alla tua festa, hai paura che ti metta in imbarazzo, questa stupenda casetta, questo gioiello eco, bio, del picchio l'ho studiato io, l' ho fatta io, io… verrò alla tua cena, sappilo, che tu voglia o no.”
“Ma io lo voglio, anzi se vuoi venire con qualcuno....”
“Sì verrò con il mio ego ferito, i miei dispiaceri e naturalmente con una pianta in vaso per la padrona di casa, che sono certa non gradirebbe un mazzo di fiori recisi!”
E con questo mollò bruscamente il polsi di Fenella girò sui tacchi e andò via.
Lei ebbe la sensazione di averlo offeso e ferito, capiva il suo punto di vista e se ne doleva. Ma ormai la sua timidezza e sbadataggine avevano fatto la frittata, per non parlare il magico incanto che tra loro c'era, e questo forse per sempre.
(CONTINUA)

martedì 19 marzo 2013

THE GARDEN HOUSE


un racconto di Silva Golin
parte quinta

Fenella era in negozio stava aiutando la signora Tina a scegliere una scatola di caramelle per il nipotino che si era rotto il braccio, quando entrò Maurizio. Fenella avvampò subito.
“Buongiorno, hai cinque minuti per me?”
Chiese sventolando il tubo con dentro il progetto.
“Ma certo” e rivolta alla cliente” vede è un architetto che sistemerà un po’ la casa del nonno.”
“Fai bene Fenella, è una bella casetta, ma ricordati di metterci la cucina economica, risparmi e riscaldi tutta la casa”
“Ha proprio ragione signora Tina, adesso che me lo ha fatto ricordare ne parlo subito con il dott. Maurizio”.
Fenella fece un bel pacchetto regalo, diede il resto alla signora e la salutò.
Maurizio srotolò il progetto sopra il bancone, ormai moriva dalla voglia di vedere la reazione della ragazza.
“Mi devi spiegare tutte queste linee, io non ci capisco niente, non sembra neppure casa mia”
“Hai ragione scusa ora ti spiego tutto...”
Parlarono a lungo, Maurizio era infervorato dalla sua 'creatura', Fenella vedeva via via il suo progetto venire alla luce e la gioia dell'uomo che aveva di fronte era contagiosa. Per fortuna c'era il bancone a separarli, temeva che la troppa vicinanza non le avrebbe permesso di sottrarsi a un secondo sperato bacio.
Fenella fu d’accordo su tutto, sembrava anzi che l'architetto ne sapesse più di lei. Fu stupita dal preventivo. Ora aveva anche la certezza che sarebbe riuscita a pagare i lavori, tentò di opporsi alla decisione di non pagare lo studio per il progetto, ma Maurizio fu irremovibile.
“Quando cominciamo?”
“Mi sembra impossibile, e quanto ci vorrà?”
“Qualche mese temo, ma per ottobre dovremmo essere a buon punto. Festeggiamo, mi sembra il caso”
“D’accordo, e come?”
“Facciamo così, tu tieni al sicuro il progetto dentro a questo tubo, guarda lo appoggiamo qua, io vado al bar di fronte a prendere due cappuccini, ti va?”
“Eccellente idea. Purchè possa pagare”
“No devi risparmiare per la casa”.
Maurizio fu di ritorno con un vassoio di latta e due fumanti e cremosi cappuccini. Si misero seduti al tavolino in vimini bianco che la signorina Annamaria usava per lavorare a maglia tra un cliente e l'altro. Nonostante l'imbarazzo bevvero il cappuccino, ma come giustamente Fenella aveva intuito non riuscì a sottrarsi al bacio che seguì, e questa volta si lasciò andare di più, fino a reclinare la testa e a permettersi di accarezzare la nuca di Maurizio. Poi si guadarono.
“Dobbiamo chiarire questa cosa Fenella.”
“Forse siamo sopraffatti dalla felicità di aver raggiunto la meta”
“Tu dici?”
“Suppongo sia così”
Arrivò una cliente che voleva delle tazze da colazione, furono interrotti e l'incanto svanì. Maurizio prese il tubo e tornò in ufficio.
“Fenella, ho bisogno del numero del tuo cellulare, ho bisogno che lo tieni sempre acceso e vicino a te e ho bisogno delle chiavi di casa. Ci vediamo dopo.”
“Ma certo”
Rispose un po’ titubante. La cliente la osservava con tanto d'occhi, evidentemente era stata colpita dal fascino del bell'architetto.
(CONTINUA)

lunedì 11 marzo 2013

THE GARDEN HOUSE


un racconto di Silva Golin
parte quarta

Trascorse un'intera settimana, Maurizio dedicava ore al progetto della casa ecologica per Fenella, la sua ignoranza in materia era sconcertante, in realtà le scelte da fare erano sensate, corrette, ma allora perchè la gente non le sapeva. Perchè questi concetti sembravano essere segreti o leggende metropolitane? Bastava digitare in qualunque motore di ricerca 'casa ecologica' e uscivano lavori, idee, portali di conversazione sul web di ogni tipo. E le persone esperte non erano affatto dei santoni, dei predicatori o dei visionari. Erano persone intelligenti, preparate e normalissime.
I dati e le scelte erano così tanti che piuttosto si trovò a fare chiarezza negli interventi che voleva seguire. Aveva una lista di domande che voleva porre a Fenella, domande che erano fondamentali, ma lui le rimandava, aveva una paura folle di ritrovarsi soprafatto dalle emozioni che aveva provato suo malgrado. Stava fuggendo, ma prima o poi la ragazza la doveva rivedere.
Il progetto proseguiva, cercando di tenere la struttura inalterata più possibile, anche perchè non poteva ampliarla a causa delle planimetrie del catasto.
Aveva anche scoperto che utilizzando energia pulita c'erano molte sovvenzioni e risparmi con la Regione.
Nei suoi appunti fu felice di notare che quasi tutta la casetta aveva per pavimento il legno, ma se fosse stato trattato con prodotti chimici avrebbe dovuto sostituirlo o rimediare in qualche modo.
Maurizio immaginava stanze dai colori naturali, dal marrone al crema, con tanta luce naturale fornita non da un mega impianto tipo stadio, ma da vetrate enormi poste su tutti i lati come una serra. A nord invece la casa sarebbe stata utile per l'utilizzo freddo, dispensa, ripostiglio ma soprattutto avrebbe fatto una cavità nel muro, munita di pompa che sarebbe diventata un frigo. Il frigorifero è l'elettrodomestico che consuma di più. E per quello che consumava Fenella immaginava che fosse più che sufficiente. Naturalmente avrebbe sfruttato il vano della finestra che era già presente e poi avrebbe fatto inserire su tutto il lato nord delle piante che avrebbero mantenuto una frescura naturale, per questo avrebbe chiesto consiglio alla padrona di casa. Per fortuna la struttura della casa era ben solida, con muri spessi che difendevano dall'inquinamento dei rumori o vibrazioni, ma sarebbe stato necessario misurare il radon, un gas radioattivo che deriva dai materiali di costruzione.
Per quanto riguarda il bagno, avrebbe utilizzato la fitodepurazione, che utilizza le piante come filtri biologici in grado di ridurre le sostanze inquinanti per depurare le acque di scarico. Le acque filtrate potrebbero successivamente essere riutilizzate per il giardino, nello scarico del wc o per lavare l'auto. Aspetta forse non ha la macchina, pensò Maurizio, era proprio da lei non saper guidare. Non si sarebbe stupito se quella strana creatura fosse andata a vivere in una grotta.
Sì, c'era molto da fare, da progettare, da decidere, ma lui ci sarebbe riuscito e restando su costi giusti decise, perchè il lavoro che stava facendo lo stava arricchendo molto professionalmente, anzi si sentiva cambiare un poco anche dentro come se misurasse le cose con un metro diverso da quello che aveva usato finora.
Una sera, non lo avrebbe mai detto a nessuno, entrò per curiosità in un negozio alimentare biologico. All'interno c'era un odore strano, come di incenso, girò tra le scansie con il suo cestino in midollino, leggendo tutte le etichette e comprò anche qualche prodotto. Capì che il filo conduttore era il riciclo, il risparmio nelle confezioni, l'utilizzo di nutrienti biologici, naturali e l'atmosfera era serena, tranquilla. Quando arrivò in cassa gli chiesero se voleva lo scatolone di cartone o la borsetta per l'umido! Fu sorpreso e infastidito per la cecità di tutta una vita passata ad ignorare di essere grato alla natura. Questo progetto lo stava cambiando profondamente e ne fu spaventato.
Una parte di lui voleva mollare tutto, fare una figura da macaco con il capo, scrivere una maledetta lettera alla dignitosissima signorina Fenella e dimenticare tutto, un'altra parte di se gli diceva che dobbiamo sbagliare per imparare, se per tutta una vita aveva commesso errori verso la natura poteva cambiare, migliorare, cercare di capire... Ma era molto difficile, sarebbe stato ancora in grado di progettare condomini che non rispettavano nessuno standard della bio-edilizia? Trovò la soluzione: avrebbe fatto un passo alla volta. Un cambiamento alla volta, forse tutto questo era nel suo destino, non poteva crollare, doveva accettare la realtà delle cose.
Finì il progetto lo fece vedere al capo e attese la sua opinione. L'architetto Magnabosco studiò a lungo i disegni, ogni tanto un sospiro segnalava il suo stato ansioso, poi disse guardando negli occhi Maurizio:
“Come sempre un lavoro preciso, intelligente e davvero buono. Un lavoro molto diverso dai nostri standard, ti ha richiesto sacrificio... ma è una splendida casa, spesa per realizzarla?”
Maurizio gli fece notare il totale sotto ai vari preventivi per le opere da realizzare.
“Mmh pensavo di più, e il tuo onorario? Non lo vedo riportato.”
“Infatti è una cosa di cui volevo parlarti, ho deciso che non costerà nulla di progettazione, questo è un lavoro fatto maledettamente bene, ma è stato utile per me, credo lo userò come esempio o come studio per altre avventure di questo tipo”, poi aggiunse un po’ riluttante “se le persone cominceranno a svegliarsi faremo più case di questo tipo”.
Il capo chiuse gli occhi come due fessure, era arrabbiato, lo si capiva. Bene Maurizio era stato sincero e coerente.
“La cliente deve ancora vederlo e approvarlo, corro da lei, ci vediamo domani”
“Ok”.
(CONTINUA)

domenica 3 marzo 2013

THE GARDEN HOUSE



un racconto di Silva Golin
parte terza

Maurizio Poggi lasciata la casa di Fenella non ci pensò più, fece il viaggio verso casa ascoltando la radio, si preparò per uscire con gli amici, cenò al solito pub e poi via a locali. Ma ad un certo punto come d'incanto gli venne in mente un'esile ragazza di venti anni con le idee chiare, innamorata della natura e con un paio di infradito ai piedi. Le ragazze della sua compagnia invece portavano tutte il tacco dieci. L'istinto naturale verso le sfide lo fece riflettere. Non aveva mai pensato di trasformarsi in un bio-architetto, cioè un organizzatore ecologico dello spazio edificato, ne aveva sentito parlare, era un corso di post-laurea, ma a lui non interessava. Il mondo, le persone, tutti volevano piccoli monolocali per investirci i soldi, oppure richiedevano villette con i più moderni comfort, strutture nuove e avveniristiche, con i muri bianchissimi, e un arredamento spoglio e lineare. Nessuno voleva una casa con stanze dal basso soffitto, parquet naturali o mobili country, belli, pieni di gusto antico ma che richiedevano cure, amore, insomma tempo, magari per sedersi di fronte al caminetto con una tazza di cioccolata calda tra le dita. Forse non era la persona con lo spirito adatto per buttarsi in queste cose, forse ci stava pensando perchè era una novità e a lui piacevano molto le cose nuove. C'era il fatto che se l'incarico non lo avesse preso lui, Fenella lo avrebbe chiesto ad un altro. Perchè quella casa ne aveva un gran bisogno, dal suo rapido esame era palese che gli impianti andavano rifatti, i serramenti pure, il bagno poi era antidiluviano.
Ci dormirò sopra, pensò. E così fece.
Il mattino successivo aveva maturato la decisione di chiedere consiglio al suo capo, erano circa quattro anni che lavorava dall'architetto Magnabosco, era un ambiente abbastanza pacifico se uno ci sapeva fare, ma poteva diventare orribile se venivi preso di mira. Di sprovveduti ne aveva visti molti, come tanti lavori anche quello era come un clan di eletti, di persone che pensavano di essere superiori, che miravano al lusso e al possesso di quote di capitale. Di circa otto architetti lui era il più giovane, i più anziani, non solo disegnavano i progetti ma acquistavano parte degli immobili, in breve erano ricchi, e gareggiavano a chi lo fosse di più. Come era riuscito Maurizio a sopravvivere? Semplicemente grazie alla sua naturale riservatezza. Ancora qualcuno dei suoi colleghi non sapeva da quale famiglia lui provenisse o se era fidanzato. Ogni tanto gli chiedevano se era interessato all'acquisto di qualche appartamento che aveva costruito, ma lui rifiutava. Grazie a questo distacco, alla sua educazione e preparazione professionale aveva mantenuto il posto e guadagnava bene. Lavorava sodo, compreso il sabato e fino a tarda sera se era necessario. Non aveva legato con nessun collega in particolare e se aveva dei dubbi si rivolgeva direttamente al capo. Ed ora era lì, seduto dove soli pochi giorni prima era seduta Fenella. Ricordava le sue mani bianche e affusolate, strette attorno ai manici di quella ridicola borsa di juta, pensava al fastidio che le aveva dato questa ragazza dalla faccia pulita come un angelo, dai capelli sottili di cui non riusciva a calcolare la lunghezza e dalle labbra che avrebbero richiesto almeno un velo di lucidalabbra. Eppure sembrava così a suo agio nell' aspetto scialbo, con i piccoli piedini infilati in quelle misere ciabattine, e il petto che si sollevava rapido ad ogni respiro. L'emozione che aveva sentito era stata di rabbia per la sua palese innocenza, come una ragazza che salta fuori dalle pagine di un vecchio libro. Aveva voluto punirla con la sua serietà, farle capire che doveva darsi una svegliata, il mondo è per i veloci, il mondo è dei belli e delle donne che si prendono cura di se, del loro aspetto.
“Ho poco tempo, che problemi ci sono?”
“Volevo un tuo parere professionale”
“Ti ascolto”
“Una potenziale cliente mi ha chiesto una stima per i lavori di ristrutturazione di una vecchia casa, il posto è molto suggestivo, via Dell'orto, non so se hai presente, ebbene richiede una bioedilizia. Che faccio?”
“Paga?”
“Sì, penso non ci siano problemi in questo senso”
“Dalle quello che vuole. Hai detto che è una casetta? Bene ci lavorerai dopo il lavoro, se hai problemi chiedi consulenze. Ho da darti solo un consiglio, se la cliente vuole una bio-casa solo per motivi futili, ad esempio per farla vedere agli amici o per moda, sii molto chiaro, queste costruzioni sono impegnative da progettare e da viverci, chiaro?”
“Chiaro”
Maurizio uscì dall'ufficio e ritornò alla sua postazione. Più tardi avrebbe telefonato a Fenella, ma non lo fece. Nella via del ritorno a casa si fermò in via Dell'orto.
La casetta era circondata da una aiuola di biancospino e alloro, che aveva bisogno di essere potata, sopra al basso cancelletto d'entrata in legno, l'aiuola formava un arco, non c'era campanello elettrico ma una campanella con batacchio dal suono stridulo. Suonò, nessuno rispose. Maurizio pensò che il suono non poteva essere udito in casa, era troppo distante, specie se Fenella teneva la radio o il televisore a tutto volume, come faceva lui. Ma adesso che ci pensava non aveva visto televisori in nessun posto, gli venne il sospetto che ne fosse sprovvista. Che strana ragazza. Decise di entrare per accertarsi se Fenella era in casa. Il sentiero che portava al portoncino di ingresso era composto da tavolette in pietra con un andamento quasi ad esse, tra le pietre cresceva l'erba rigogliosa a forma di cuore ed erano in parte ricoperte da muschio. Nel giardino crescevano alti quasi mezzo metro i papaveri, altre erbacce e accanto alla casa bocche di leone dai colori cangianti. Tutta questa verzura rigogliosa nutriva, con la sua perdita di foglie un substrato, cosicchè a terra proliferavano molte piantine spontanee infestanti che non lasciavano spoglio nemmeno un centimetro, l'edera e la vite americana strisciavano in ogni direzione e si avviluppavano dove trovavano possibili appigli. Il portoncino d'entrata era una brutta porta anni settanta in legno scrostato. Anche qui niente campanello ma un batacchio che Maurizio sbatacchiò energicamente, senza sentire risposta. Fenella evidentemente non era in casa, Maurizio non pago di questo decise di aspettarla per qualche minuto. Girò lo sguardo, sul lato ovest della casina si vedeva un grande noce e sotto di esso un tavolino in metallo con due sedie di disuguale fattura, si accomodò lì. La sensazione che subito ebbe fu di presenza, di non essere solo, occhietti di animali sconosciuti lo osservavano, il canto degli uccelli era quasi opprimente e la natura sembrava palpitare. Si immaginò serpi striscianti, orbettini e il verde biacco, topolini di campagna, forse qualche tasso. Non lo aveva nemmeno mai visto un tasso. Poi un cigolio richiamò la sua attenzione e vide entrare Fenella dal portone in legno più grande, era in bicicletta e sul cestino teneva un sacchetto marrone di carta, il pane, pensò Maurizio. I loro occhi si incrociarono, le guance di Fenella arrossirono per la sorpresa, Maurizio era un po’ imbarazzato di essersi fatto beccare in stato di relax nel suo giardino incantato.
“Scusi l'intrusione, visto che non c'era ho provato ad attenderla”
“Buongiorno Maurizio. Ripongo la bici e le apro la casa”
“Non si deve scomodare, ma non ci davamo del tu? Possiamo benissimo parlare qui fuori, almeno c'è un alito di vento, oggi ha fatto molto caldo”
“D’accordo”
Fenella si avvicinò e si sedette appoggiando la borsa e il sacchetto nel tavolino. Maurizio si alzò camminando qua e là vicino al noce.
“Io ho riflettuto, la casa ha necessità di essere ristrutturata, e fino a qui ci siamo. Io non sono un esperto di bio-edilizia, ma sono in gamba nel mio lavoro e il mio capo mi ha dato carta bianca. Ti chiedo adesso in modo molto serio se la cifra da spendere e il mio progetto sono un problema per le tue tasche”.
Fenella lo guardava con uno sguardo molto serio, gli occhi castani dilatati e fermi.
Maurizio si appoggiò al tronco del noce con le mani dietro la schiena e aspettò la risposta.
Fenella si alzò e andò verso di lui. Quando fu a un passo da lui alzò il viso per guardarlo in faccia, Maurizio era più alto di lei di venti centimetri.
“Sono un problema, io ho pochissimi risparmi da parte”
Maurizio notò che portava una semplice camicetta senza maniche, bianca, una gonna  fantasia lunga fino alle caviglie e le stupide infradito. Aveva le orecchie piccole e gli occhi limpidi e puri.
La tensione era forte, le mani sembravano aver vita propria, le sue labbra erano più aride che mai, avevano bisogno di essere inumidite e leccate. Lentamente le mani di Maurizio si poggiarono sulle spalle di Fenella, sentì le sue ossa fragili sotto alle dita, era esile come un uccellino. I suoi occhi si fecero più vicini, poi si chiusero nel momento in cui si baciarono. Fu un attimo, un bacio casto e semplice. Si staccarono troppo velocemente e l'incanto svanì. Fenella aveva le gote in fiamme,  si girò per non farsi vedere. Maurizio si passò una mano sui capelli respirando profondamente.
“Ho qui una lettera di mia sorella, vorrei che tu sapessi che si offre di aiutarmi in qualche modo, aspetta che trovo il passaggio”
Fenella si sedette, la testa chinata per leggere, Maurizio alle sue spalle vedeva solo i suoi capelli raccolti, la lunga morbida frangetta e la sommità delle guance che erano rosate.
Fenella teneva in una mano una busta sgualcita e nell'altra un foglio scritto a caratteri minuscoli.
“Ecco dice che l'eredità in Bot del nonno può fare da garanzia per un prestito con la banca, cosa ne pensi?”
Maurizio si destò, lei aspettava una risposta, invece disse:
“Ma ti scrivi con tua sorella, non hai il cellulare?”
“Ma certo, solo che lo tengo per le emergenze, è più bello scrivere, al telefono è troppo frettoloso, e poi una lettera che arriva è sempre emozionante. E se la spedisco è ancora più bello”
“Tu mi farai impazzire, va bene, penso non ci siano problemi, mi metto all'opera per il  preventivo. Vado a casa sono esausto. Ciao, non disturbarti conosco la strada”.
A dire il vero Fenella non si mosse quasi e anche se avesse voluto non sarebbe stata in grado di reggersi sulle gambe, perchè quel bacio le aveva fatte diventare di gelatina. Era talmente sconcertata da credere che non fosse accaduto, non poteva essere accaduto, se lo era forse immaginato?
Rimase seduta fuori finchè le parve di respirare in modo normale, poi rientrò a prepararsi la cena con i pomodori raccolti nell'orto, il pane che aveva acquistato e le ultime mele dell'anno prima.
Quando fu tutto pronto, allestì il solito vassoio, mise un libro sottobraccio e uscì a mangiare sotto il noce. I suoi pasti li consumava quasi sempre lì. Maurizio aveva ragione non possedeva il televisore, il nonno ne aveva avuto uno, piccolo e che funzionava assai male. Dopo la morte del nonno se ne sbarazzò subito. Possedeva una radio e spesso la teneva accesa per avere compagnia. Lentamente il cielo si andava scurendo, e leggere divenne impossibile, quella sera nemmeno Jane Eyre sembrava trasmetterle calma. Fenella fece un ultimo giro nel giardino, controllò il roseto con attenzione, domani mattina doveva eliminare le rose sfiorite, e l'aiuola andava potata e poi doveva innaffiare il prato e alcune bordure. Meglio andare a letto.
Fenella continuava a dormire nella sua camera da bambina, ma era davvero piccola, aveva deciso di trasformala in zona studio, per metterci le cose che in una casa così piccola rimanevano sempre gettate alla rinfusa.
La camera da letto sarebbe divenuta quella del nonno, più spaziosa e silenziosa, la testata del letto rivolta a nord, avrebbe tenuto il letto a una piazza e mezza del nonno, era in legno naturale e non aveva senso sprecare tutte quelle lenzuola dalla misura improbabile. Per terra c'era già un bel parquet dal colore caldo, trattato con oli e cere naturali. Niente quadri ne tende, niente fronzoli, per evitare la polvere, solo il tavolino che c'era giù in salotto per appoggiare gli occhiali da lettura, qualche libro e la brocca dell'acqua e magari un fiore con un rametto di rosmarino per conciliare il sonno. Al balcone della finestra una cassetta con una rigogliosa pianta di basilico per scacciare le zanzare. Naturalmente avrebbe dovuto cambiare materasso e aveva letto su una rivista che la paglia di segale pressata era un'ottima soluzione. Con questi progetti Fenella trovò finalmente riposo.
(CONTINUA)

domenica 24 febbraio 2013

THE GARDEN HOUSE


un racconto di Silva Golin
parte seconda

Il dott. Poggi si sedette alla scrivania, indossava una camicia azzurra a righe e un paio di jeans, capelli folti, castani e lunghi sul collo, con due basette importanti, le maniche della camicia erano un po’ arrotolate e da questa spuntavano due avambracci abbronzati. La pelle del viso era liscia, abbronzata, occhi neri e una bocca sensuale. Emanava un profumo costoso molto buono, forse troppo intenso. Sembrava abbastanza giovane.
“Buongiorno, si accomodi, mi chiamo Maurizio Poggi, se posso esserle utile.”
Fenella pensò che sembrava un disco, non la guardava in viso, guardava le sue mani che erano strette sui manici della misera borsa non firmata, e immaginò quello che lui stava pensando di lei. Lui pensava che era insignificante, che era giovane, che era in disordine, che non emanava alcuna fraganza, che non aveva nemmeno gli orecchini alle orecchie.
“Sì, beh dunque... io possiedo una casetta, che ho ereditato alla morte di mio nonno... lei abita qui in paese?”
“No, veramente abito a una ventina di chilometri”
“Me lo chiedevo per sapere se l'aveva vista, comunque volevo stimare quanto mi sarebbe venuto a costare farci dei lavoretti…”
“Che tipo di lavoretti? In che stato è la casa? Lei ci vive dentro in questo momento?”
“Si, io ho sempre vissuto lì, cioè dalla morte dei miei genitori, dieci anni fa”
“E quanti anni ha? Signorina? Non mi ha ancora detto come si chiama”
“Fenella, Fenella Ferrardino. E ho vent’ anni”
“E' giovane, come sta a finanze, ha i mezzi per provvedere ad una ristrutturazione? Perchè in genere sono molto dispendiose... scusi la domanda ma bisogna viaggiare con i piedi per terra”
“Lo so, è per questo che mi trovo qui, vorrei un parere tecnico, una stima dei costi, come si dice un preventivo… io ho un lavoro, mi mantengo con quello, non so, prenderò le decisioni necessarie poi”
“Va bene, devo vedere la casa, quando posso passare? Quando la trovo a casa? Ci vorrà un po’ di tempo, e lei dovrà farmi vedere tutto, poi potrò dirle la mia opinione”
“Sì, io sono a casa tutti i giorni dopo le diciannove, è troppo tardi?”
“No, va bene, mi dia l'indirizzo, passerò quando ho finito il lavoro”

“Grazie, lei è molto gentile”
“Aspetti a dirlo quando sarò spietato per la sua casa! Ebbene l'indirizzo?”
“Via Dell'orto”
“Il numero civico?”
“E' l'unica casa della via”
“Molto bene, vogliamo fare dopodomani?”
“D’accordo”
Si alzarono all'unisono. Durante il colloquio Maurizio la guardò spesso in viso. Non poteva credere che avesse vent’ anni, sembrava averne quindici ed era timida come una di dodici, e pensare che viveva sola, mah!
Fenella rimase sorpresa che: uno, non le avesse dato una stretta di mano di saluto e due, non l’ avesse accompagnata alla porta, dovette fare il corridoio fino all'uscita da sola, e lì naturalmente c'erano le segretarie che non le rivolsero nemmeno uno sguardo.
Dubitava fortemente che sarebbe venuto a vedere la casa.
Invece venne, era molto caldo, gli uccelli cantavano, le zanzare pungevano, i moscerini come nuvole non davano tregua, ma il giardino era rigoglioso, il te era freddo e la casa era fresca perchè aveva i muri spessi in pietra.
Perfino il profumo di Maurizio non si sentiva in mezzo a quell'esplosione di rose e ginestre.
“Il giardino è un' incanto, sbaglio o lei non passa il tosaerba?”
“E' vero, io passo una macchinetta, che è un rudere con una lama, ma è senza motore, e la passo solo nei sentieri dove cammino, il resto cresce spontaneo, e in altezza come vede, infatti la casa, che ha solo un piano sembra sommersa”
“Sembra un cottage inglese”
Entrammo in casa, purtroppo i mobili, le piastrelle, i divani erano vecchi e molto usati. Anche se c'erano fiori nelle brocche antiche e alcuni caminetti, Fenella leggeva negli occhi di Maurizio lo scetticismo. Ma via via che passavano da una stanza all'altra Fenella vide anche il suo occhio professionale fare un esame attento della disposizione delle stanze, delle finestre e dei muri portanti, nessun angolo fu risparmiato.
Davanti ad un bicchiere di te freddo Fenella chiese cosa ne pensava.
“Difficile dirlo se non so cosa hai in mente. Quanto vuoi ristrutturare, vuoi ampliare o tenere questi volumi? Fare un secondo bagno? Mettere la doccia? Cambiare e rimodernare la cucina?”
Fenella sorrise timidamente. Lui continuò incalzante.
“Non mi dirai che vuoi stravolgere la personalità di questa casetta e farne un posto high-tech, tutto lucido in nero e rosso? Non mi sembra proprio il tuo stile…”
“Vede dott. Poggi... io pensavo…”
“Ti prego chiamami Maurizio”
“Va bene, io pensavo ad un cambiamento un po’ più profondo della casa, in un senso ecologico, ecocompatibile, mi capisci?”
“No, non del tutto”
“Io so che ci sono modi per rendere una casa ecosostenibile, cioè non dannosa per l'ambiente”
“Motivo? Fai parte di una setta? Cioè ecocompatibile va bene ma mi sfugge lo scopo, nobile, ma mi sfugge. Prova a spiegarti”
“Io amo il mio giardino, lo amo perchè non solo mi da gioia a guardarlo ma so che è utile per tanti tipi di animaletti che ne traggono beneficio, uccelli o topi, eccetera, la natura è importante per me, so che il mio contributo è poco ma se questa sarà la mia casa per sempre la voglio ecologica fino al midollo”
“Hai le idee chiare.” Poi continuò:
“Farò una stima di tutto, ma devo essere sincero non mi è mai capitato, cioè sono cose che stanno prendendo piede ma, una casetta, tutta ecologica, va bene mi informerò e ti farò sapere, e comunque avrai delle agevolazioni io credo dal comune o dalla regione per questo tipo di scelta, quindi, tanto meglio, bene Fenella ti saluto e mi farò sentire io”
Se ne andò.
(CONTINUA)

domenica 17 febbraio 2013

THE GARDEN HOUSE


Pubblichiamo con piacere un racconto scritto da Silva Golin per Fuori Luogo.
Il racconto verrà pubblicato settimanalmente in 7 puntate a partire da oggi e per altri 6 Lunedì.
Buona lettura e grazie alla disponibilità di Silva.
                                                      
THE GARDEN HOUSE
(1° puntata)

In un paesino qualsiasi, in un regione qualsiasi c'è una casa piccola e funzionale, circondata da un giardino dai colori pastello, con fiori selvatici che crescono liberi e alti, piante che producono frutti dolci di cui si cibano gli uccelli migratori, la casa è protetta in parte da una aiuola di alloro e biancospino molto alta. C'è un cancello in legno con una campanella in ferro e un portone  più grande, sempre in legno. Quasi non si vede il muro di pietra della casa, ma il tetto in ardesia, e un prolungamento in vetro e metallo come fosse una serra d'inverno.
L'unica abitante della casa si chiama Fenella,una ragazza di soli venti anni, esile e dolce.
Questa è la sua storia.
Fenella era la secondogenita di una  famiglia semplice, aveva perduto i genitori in tenera età, la sorella maggiore era iscritta all'università e con successo proseguiva i suoi studi. Fenella crebbe per lo più con il nonno paterno, in un ambiente sereno ma un po’ rigido. Il nonno era severo e taciturno, la ragazza era sempre stata molto timida e anche un pochino triste.
Fenella era meravigliata dalla natura intorno a se, le piaceva prendersi cura del giardino, svolgendo  i lavori meno pesanti e occupandosi dell'orto. Fenella non era particolarmente bella, ne particolarmente intelligente, era mite, gentile e profonda. 
Dopo aver superato con discreto successo gli esami di maturità trovò impiego come tuttofare dalla signorina Annamaria e nel suo negozio che vendeva un po’ di tutto, dalle caramelle alle porcellane. Fenella si occupava delle consegne, dei lavori di pulizia, riordino, magazzino o piccole comissioni, come portare il cagnolino dal veterinario o fare la spesa. Era un impiego vario come mansioni, ma piacevole. La signorina era gentile, anche se Fenella aveva il sospetto che il nonno ci avesse messo una parolina per farla assumere, ora però lei doveva metterci la sua parte per non farsi licenziare.
Trovare lavoro era stato un passo avanti molto importante per la sua indipendenza anche se come tipo di impiego non richiedeva grandi capacità manageriali o titoli accademici. La sorella di Fenella si chiamava Alina e in quel periodo decise di tornare a casa per qualche giorno.
Il nonno ne fu felice, Alina stava frequentando un master, e lavorava part-time da un notaio. Viveva in una grande città, in un appartamento con altre due amiche. Era molto allegra e la casa con Alina si riempiva di risate. Le due sorelle passavano il tempo facendo passeggiate o ammirando le migliorie apportate in giardino con gli esperimenti botanici di Fenella.
“Ma sai che ci sai proprio fare con le piante, e questi vasi così spogli cosa sono?”
“Ho piantato dei bulbi primaverili, sono fatti come le cipolle, sono scuri e brutti, ma ti sembra impossibile, poi spuntano dei fiori belli e profumatissimi.”
Rispose Fenella, premendo con le dita la terra di un vaso.
“Qui è molto bello, la casa del nonno è vecchia, ma il giardino sembra fatato, come ti trovi al lavoro?”
“Bene, davvero, ho degli orari che mi permettono di tornare per pranzo e cena, quindi riesco ad occuparmi del nonno, anche se abbiamo una signora per le faccende più pesanti che viene due volte la settimana.”
“Che stupida sono, io mi godo la vita, tra scuola e uscite con gli amici e tu badi alla casa e al nonno, ti scoccia questo, è molto difficile per me capire se sto facendo l'egoista, probabilmente sì... Siamo così diverse noi due.”
“Non preoccuparti Alina, a me va bene così, sono soddisfatta della mia vita.”
Ormai si erano avvicinate alla porta d'entrata, il nonno le aspettava come sempre in salotto, leggeva tranquillo seduto nella sua consueta poltrona, sorrise quando entrarono. Aprì le braccia per accoglierle entrambe.
Alina tornò al suo lavoro e alla sua vita, Fenella proseguì con la sua.
A primavera i bulbi spuntarono timidamente tra la terra umida di rugiada e crebbero velocemente, il giardino era bellissimo, le giunchiglie si muovevano dolcemento al vento.. il nonno morì. Fu un trapasso sereno, ma che lasciò sgomente le due ragazze. Quando tutto finì, il funerale, le visite dei vicini, le carte burocratiche, furono convocate dal notaio del paese, l'unico.
I beni del nonno erano molto pochi, non era agiato, viveva della sua pensione. Ma c'erano dei soldi da parte, investiti in Bot. E poi c'era la casa e il giardino. Il nonno era stato previdente e aveva diviso così i suoi averi, i soldi ad Alina, la casa e il giardino a Fenella che ne aveva sempre preso cura.
Era una soluzione equa? Le sorelle ne furono soddisfatte, Fenella amava quel giardino, in fondo al cuore lo aveva sempre sentito suo. La casa necessitava di molte migliorie ed era piccolina, ma era la casa del nonno.
Le ragazze si abbracciarono, erano sole ancora di più. Ma la vita va avanti e il tempo aiuta a sopportare la perdita delle persone care.
Qualche istituto immobiliare contattò Fenella per sapere se avesse intenzione di vendere la casa, lei rifiutò categoricamente. Ma decise che alcune cose andavano fatte per rimodernarla un po’, solo che i soldi erano molto pochi, non poteva permettersi impianti costosi e nemmeno piastrelle di lusso o la vasca con l'idromassaggio.
Era necessario un preventivo per farsi un'idea della cifra necessaria.
Si rivolse al notaio del nonno per un consiglio. Il notaio le indicò uno studio di un suo amico architetto, il dott. Magnabosco.
Fenella finito il lavoro, con la sua bicicletta, si recò allo studio. Si sentiva un po’ stanca perchè la sua datrice di lavoro, che l'aveva sostituita dopo la perdita del nonno, aveva deciso di prendersi una breve vacanza. Fenella aveva i capelli castani raccolti sulla testa, ma quella che il mattino era stata una pettinatura ordinata, ora era informe e il trucco si era liquefatto sotto gli occhi, così aveva un aspetto ancora più stanco. Indossava jeans e una camicetta color cipria e un paio di ciabattine infradito senza tacco. Lo studio era grande ma senza pretese, dietro un bancone c'erano un paio di segretarie che battevano al computer, quando la videro entrare una si alzò con aria annoiata e le chiese cosa desiderava.
“Avrei bisogno di un appuntamento con l'architetto.”
“Quale in particolare?”
“Non saprei, è per una valutazione della mia casa, vorrei apportare qualche miglioria...”
“Una ristrutturazione.”
“Esatto, una ristrutturazione.”
“E il permesso del comune ce l'ha? Materiali pericolosi magari? Da smaltire?”
Fenella era stanca ora e iniziava a sentire una certa cefalea, rispose:
“Potrei parlare con un architetto, prendo un appuntamento se va bene, ho bisogno di molti chiarimenti,..quanto costa una delucidazione pressapoco?”
“Il dott. Poggi è in studio ed è libero, non le costerà niente esporre le sue domande, naturalmente se vorrà poi farsi fare un progettino… allora vedremo. Prego l'accompagno.”
Fenella raccattò la borsa in juta a righe e seguì la segretaria per un lungo corridoio. Le pareti erano color rosa salmone, con foto in bianco e nero di New York del secolo scorso, quando era ancora in costruzione. Il corridoio portava in un open-space con molti tavoli adibiti alla progettazione, regnava un bel po’ di disordine e in sottofondo una canzone di Giorgia.
Il dott. Poggi era di spalle, qualche metro più in là si trovavano altri due architetti o geometri, molto concentrati.
“Dott. Poggi sarebbe così gentile da dedicare un attimo alla signorina” e, dicendo questo, la segretaria fece un cenno del capo in direzione di Fenella che ne stava a qualche metro indietro con le mani intrecciate, ”ha bisogno di alcuni chiarimenti per un immobile”.
Il dott. Poggi si volse e guardò Fenella negli occhi poi fece di sì con la testa. Si avvicinò a lei, non le diede la mano, ma le fece segno di seguirlo verso un ufficio, l'unico con le pareti, una porta e una scrivania con due poltroncine davanti...
(CONTINUA)