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martedì 27 gennaio 2015

DAL FIUME AL MARE: DANIELE HA SCAVALCATO L'OCEANO

dalla Redazione


Ciao Daniele, dove ti trovi in questo momento?
Mi trovo a Bard College, un'università situata circa 150 km a nord di New York City, nello stato chiamato anch'esso New York. Il college sorge nella valle del fiume Hudson, lo stesso fiume che attraversa New York City. Sono qui per insegnare lingua e cultura italiana agli studenti del college, non come professore ma come tutor (o, come dicono gli americani, “teaching assistant”).

Che percorso hai fatto per arrivare a Bard College?
Sono arrivato qui fondamentalmente per caso: lo scorso anno cercavo un progetto che mi permettesse di insegnare italiano in un paese anglofono, e parlandone al bar con amici sono venuto a conoscenza di questo programma, della durata di un anno. Mi sono messo in contatto con una ragazza, anche lei carmignanese, che aveva partecipato allo stesso programma di tutoring a Bard College: dopo averne parlato con lei ho inviato il mio CV e ho fatto un colloquio su Skype, finché ad Aprile ho ricevuto la lettera di assunzione.
Il campus di Bard è immerso nel verde, e i paesini limitrofi, oltre ad essere piuttosto piccoli, sono pure abbastanza lontani! Il campus è costruito sulle sponde dell'Hudson, quindi ogni giorno posso fare una passeggiata in riva al fiume, proprio come se fossi a casa! Rispetto allo stereotipo del college americano che si vede nei film e nelle serie tv, Bard è molto più “selvatico”, c'è molta foresta e non è raro vedere cervi e daini pascolare nei prati del campus. Inoltre gli studenti sono mediamente molto ricchi (Bard è nella top 10 dei college più costosi degli USA!), quindi questo crea un po' un contrasto tra l'ambiente in cui è inserito il college e le abitudini degli studenti che ci vivono. In ogni caso, New York City non è molto lontana, quindi spesso gli studenti trascorrono lì il fine settimana; si sente parecchio l'influenza della città sul college, sia per lo stile di vita degli studenti che per le attività che vengono fatte in campus: spesso vengono a suonare band da NYC, e ci sono spettacoli teatrali, concerti di musica classica e mostre d'arte con artisti di buona fama.


La biblioteca di Bard College

Di cosa ti sorprendi quando cammini per strada?
Insegnare italiano qui mi ha permesso di venire a contatto con molte persone interessate alla nostra cultura, non solo nel college ma anche nei paesi confinanti: spesso si tratta dei figli, nipoti e pronipoti degli italiani trasferitisi in America negli anni 40-50. In particolare però mi ha colpito come ci siano molti over 60 interessati alla nostra cultura: sono solitamente persone con un livello di cultura piuttosto alto, abbastanza ricchi, che si interessano alle nostre tradizioni culinarie, artistiche e cinematografiche come un modo per rimanere legati alle loro origini. Per quanto riguarda gli studenti di italiano all'interno del college, sono perlopiù figli di italiani all'estero e studenti di origine ispanica (per i quali l'italiano è la lingua più facile da imparare, essendo madrelingua spagnoli). Non mancano tuttavia studenti americani, cinesi, brasiliani, ungheresi, ecc., che, affascinati da un particolare aspetto dell'Italia, decidono di studiare la nostra lingua.

Com'è l'Italia vista da dove ti trovi?
Al di fuori di alcuni ambienti particolari, come appunto il dipartimento di Italiano nel college o le comunità di italo-americani, l'Italia non è certo il centro del mondo per gli statunitensi. Non ho mai trovato sul giornale un articolo che parlasse di qualcosa accaduto in Italia, e raramente l'americano medio ha idea di cosa succede da noi. Anche nell'ambiente universitario, la lingua e la cultura italiana sono secondari rispetto a quella spagnola-ispanica (d'altra parte lo spagnolo è la seconda lingua più parlata negli Stati Uniti!), francese e tedesca.

Quando pensi a Carmignano cosa ti viene in mente, senza pensarci troppo?
Se penso a Carmignano mi viene in mente che a Maggio sarò a casa, e magari potrò godermi un'estate più soleggiata di quella passata!

lunedì 6 gennaio 2014

TRA L’ARGINE E LA RIVA - Il favoloso racconto della vita di Ceo Pajaro - Ultima Parte

LA LEGGENDA DI CEO

Durante la chiaccherata con Ceo e suo figlio Nano ci rendiamo conto che tante sono state le occasioni che hanno portato il mondo esterno a contatto con questo Luogo e i suoi patrimoni, fossero essi naturali o generati dall’unicità di spirito di chi lo abitava e lo abita.
Non è un caso che proprio da qui prese avvio l’avventura di Radio Riviera Brenta, proprio su uno dei garage retrostanti l’osteria c’erano gli studi da dove partivano le voci che trasmettevano parole e musica in libertà durante il periodo di vita dell’emittente.


A metà degli anni ’80 fu Gino Isoli a rendersi conto, dopo aver passato tanti spensierati venerdì sera a rilassarsi al termine di una settimana di duro lavoro, in compagnia di Ceo e dei suoi clienti, di quanto fossero preziose le cose che lì dentro accadevano. Così nacque l’idea dei libri che avrebbero raccolto le storielle di Ceo Pajaro.
Il primo dei tre libri (uno rosso ed uno verde stampati con tiratura di 1000 copie ciascuno ed il terzo bianco con tiratura di 3000 copie; si possono trovare anche in biblioteca a Carmignano, ndr) fu dell’86.
“Un’ auto veniva mandata il sabato mattina qui a prelevare mio papà” ci racconta Nano, “lo portava da Gino Isoli che si faceva raccontare da Ceo le sue leggendarie storielle, rigorosamente in dialetto. Veniva registrata la voce e poi i racconti andavano sbobinati e riportati su carta sia nella versione originale in veneto sia, a fronte, con la traduzione in italiano. Il tutto per il divertimento di Ceo, di Gino Isoli e di tutti coloro che avessero potuto rileggerle in futuro. Tra di loro il poeta ed editore cittadellese Bino Rebellato, morto nel 2004, molto affezionato a Ceo Pajaro ed alla sua osteria tanto che, se gli capitava di avere ospite qualche collega artista, il primo posto dove li accompagnava era proprio qua da noi. Tra di loro i più noti sono stati il poeta Andrea Zanzotto (forse, il più grande poeta veneto del ‘900 deceduto da poco, nell’Ottobre 2011, ndr) ed il regista Ermanno Olmi (Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1978 per il film ‘L’albero degli zoccoli’, ndr)”.

Ma non solo la prosa è stata la forma d’arte utilizzata dal nostro celebre compaesano, dai suoi ricordi che abbiamo avuto il privilegio di raccogliere, emerge chiaramente la sua passione per la musica, per la fisarmonica soprattutto: “da giovane andavo a suonare in giro, mi chiamavano anche per i matrimoni e ad uno di questi il padre della sposa, tenendo il toscano in bocca mi chiese di intonare le note di ‘Bandiera rossa’ a margine della festa. Io iniziai a suonare e dalla fisarmonica sembrava uscissero le parole della canzone. Lui rimase incantato ad ascoltare tanto da fare un salto così quando il toscano gli si consumò tra le labbra fino a bruciargliele”.
“Poi suonavamo durante le sere d’Estate qui di fianco l’osteria assieme ai miei compari. La gente partiva da Carmignano portandosi la sedia per ascoltarci. Una pasquetta, in Brenta, era stato preparato il concerto de ‘i Moderni’, un gruppo molto famoso all’epoca che si sarebbe esibito per la gioia dei carmignanesi. Io e i miei compari ci mettemmo a suonare davanti all’osteria così, come facevamo sempre, e a vedere i Moderni non ci andò nessuno: tutti si fermarono qui ad ascoltare me e i miei compari”.


TRE DOMANDE SOPRATTUTTO

“Ceo, ce la racconti la cosa più strana mai capitata qua dentro?”
“Una? Impossibile” ci pensa un po’ su, poi ci svela: “una volta proprio qui dove siamo seduti adesso c’era Spunton con la moglie ed il figlioletto piccolo che dava la schiena alla finestra leggermente aperta perché era la bella stagione. Stavano mangiando e il papà tagliò per bene la cotoletta al figlioletto. Mentre il piccolo stava per mettersi a mangiare dalla finestra planò una cornacchia che, senza farsi nessuna remora, mangiò un po’ alla volta tutta la cotoletta ordinata dal del bambino che, nel frattempo, si era rifugiato piangente sotto il tavolo”.

“Ma voi Pajaro vi sentite più di Fontaniva o di Carmignano?” 
“Noi siamo di Carmignano, siamo nati, battezzati, cresimati e siamo vissuti sempre a Carmignano. L’osteria, anche se geograficamente sotto Fontaniva, ha sempre ospitato soprattutto carmignanesi e noi ci sentiamo cittadini di Carmignano”.

“Qual è il segreto dei panini che si mangiano qua dentro?” 
“Nessun segreto: solo l’amore che ci si mette nel farli. L’aria del Brenta, poi, fa il resto”. 


lunedì 30 dicembre 2013

TRA L’ARGINE E LA RIVA - Il favoloso racconto della vita di Ceo Pajaro - Parte 2

I CLIENTI

“E la gente che viene qui, anche quella è cambiata negli anni?”
“I primi clienti con cui abbiamo iniziato a lavorare erano i casonieri, cioè gli abitanti della zona dei Casoni di Fontaniva che lavoravano con la ghiaia del Brenta. Poi col tempo sono arrivati gli operai del vaglio di Vaccari e di quello di Finesso, venivano qua per pranzo e spesso si fermavano anche a fine giornata, non si poteva però parlare di tante persone”.


“Appena aperto, si lavorava quasi esclusivamente con la bella stagione: da Pasquetta all’arrivo dell’Autunno, così nella stagione fredda noi si viveva con l’oseanda, una rete tra due alberi che avevamo montato dietro l’osteria (le foto dell’oseanda sono appese al muro del locale, ndr). Con questa si prendevano gli uccelli vivi e li si poteva vendere ai cacciatori come richiamo per la caccia. Oppure li vendevamo ad un certo Signor Coltro da Vicenza che poi riforniva le osterie dei Colli Berici. Era carne pregiata perché non veniva impallinata, li si uccideva schiacciandogli la testa cosicchè la carne rimanesse più ricercata”.
“Negli anni ’60 arrivarono le auto, si potevano percorrere tragitti più lunghi e i clienti iniziarono ad arrivare da più lontano, anche da Vicenza. E’ stato quello il periodo in cui abbiamo ottenuto il permesso di organizzare il tiro al piattello qua, dietro l’osteria. Si poteva sparare fino alle 11 di sera e i cacciatori non si perdevano la possibilità di tenersi allenati durante i periodi di inattività”.
“Negli anni c’è stato anche il momento delle colonie, quando l’acqua arrivava fino a dove oggi si può vedere la chiavica di Camerini, cioè a meno di 100 metri da qua. C’erano almeno 5 metri di profondità e i ragazzetti di Carmignano venivano qui a passare le giornate estive. Poi iniziarono a scavare in Brenta, l’acqua si abbassò e il bacino si seccò…”. 


“Secondo me” racconta ora Nano, “il grosso cambiamento per noi fu negli anni ’80, quando la Busa de Giaretta iniziò ad essere frequentatissima ed anche qua la gente arrivava a frotte. Fu il momento in cui si passò da una clientela di adulti (gli operai, ndr) a una di giovani che arrivavano con tutti i mezzi, moto, motorini, biciclette, anche col treno: c’erano ragazzi che partivano da Venezia col treno per venire a fare il bagno in Busa, scendevano in stazione a Carmignano e poi se la facevano a piedi fin qua. Che periodo!”.
“Al giorno d’oggi si vive in parte ancora di quei gloriosi periodi degli anni ’80. La gente viene numerosa ma non come all’epoca. La cosa bella che ci capita è riconoscere chiaramente i ricambi generazionali: inizi a vedere i ragazzi quando hanno 13-14 anni, vengono qui a mangiare il panino in bici o col motorino, poi viene l’età della macchina, li vedi di meno, magari la Domenica d’Estate preferiscono passarla al mare, capisci che hanno allargato il raggio d’azione, poi trovano la morosa e i passaggi da Ceo si fanno ancora più radi, poi si sposano e non li vedi più. E’ così che funziona!”.


“E questo è l’unico posto in cui venivano a mangiare i morti!” a Ceo non sembra vero di vedere le nostre facce ansiose di spiegazioni dopo questa affermazione lanciata tra capo e collo. “Si, avete capito bene. Dovete sapere che questo era il posto dove le truppe americane di stanza in Italia venivano a provare le manovre coi missili nike. Si esercitavano e tutti avevano un tesserino di riconoscimento durante le prove. Chi ‘periva’ in battaglia durante le esercitazioni doveva togliere il tesserino ed era libero di venire qua da Ceo a mangiare spagheri come chiamavano loro gli spaghetti. Mai visti dei cadaveri con tanto appetito!”
“E’ stato un gran periodo anche quello degli americani” prosegue eccitato Ceo “alla fine di ogni pasto lasciavano, uno, due o anche tre dollari americani sotto al piatto, per loro costumava così. Quando si concludevano le esercitazioni portavano via tutto lasciando una pulizia perfetta ma ‘dimenticavano’ sempre delle scatolette con le loro razioni personali (una di queste scatolette è ancora conservata in osteria, ndr) dentro si potevano trovare sigarette, carne, cioccolata. Appena se ne andavano era il turno dei ragazzini che abitavano qua intorno che provvedevano a fare le ultime pulizie di quel che avevano ‘dimenticato’ i soldati”.

“Anche il Generale Dozier, quello che rapirono negli anni ’80 a Verona (si parla del comandante NATO nell’Europa meridionale James Lee Dozier, rapito e tenuto sequestrato per circa un mese dalle Brigate Rosse a cavallo tra il 1981 e il 1982, ndr), veniva sempre qua da noi a prendere il cappuccino, arrivava con l’elicottero che atterrava qui davanti e poi andava a seguire le esercitazioni” (continua...)


venerdì 15 febbraio 2013

CHIEDI CHI ERANO I TIMSHEL




La biografia dei Timshel

Il nucleo iniziale del gruppo, composto da Simone Pedron (pianoforte) ed Enrico Tecchiati (chitarra classica), nasce nel ‘93 e, per circa un anno, si concentra sullo studio e sull'esecuzione di brani rock-pop anni '70. Nell'Ottobre del ‘94, nel garage di Simone, ha luogo la prima prova che aggiunge al duo la voce di Denis Vanzo (la prima canzone testata è "Nata dal cuore" dei Timoria). Di qualche mese più tardi è l'arrivo di Dario Bernardi (basso) e del primo di una serie di batteristi.
Inizialmente le prove, anche d'inverno, si fanno in una ex stalla dove non era raro trovare le casse bagnate dalla pioggia o addirittura ghiacciate. I primi concerti (con un repertorio che andava dai Litfiba, passando per i Doors, i Timoria ecc.) non tardano ad arrivare e, pur nell'ingenuità del periodo, offrono buone soddisfazioni.
A seguito di continui problemi con i batteristi iniziamo a proporre anche un repertorio in acustico (siamo alla fine del 1995) che diventerà, poi e per più di un anno, il cavallo di battaglia del gruppo visto il numero crescente di richieste per concerti nei locali e nelle piazze. Nel frattempo continua, massiccia, la composizione di brani propri e l'accrescimento nel numero dei brani in scaletta (entrano i Deep Purple, i Led Zeppelin, i Queen ecc.) ma la mancanza di un batterista stabile non permette la giusta riuscita sonora.
E' nel 1997 che, mentre Dario (causa servizio militare) veniva sostituito da Andrea Basso, entra Luca Caretta alla batteria e, finalmente, la svolta (sonora, di coesione musicale e di gruppo). I concerti aumentano sensibilmente (almeno una decina al mese); giriamo con un furgoncino arancio della Volkswagen (LT 28), ci attiviamo, assieme ad altri gruppi locali, affinché la sala prove del Centro Giovanile sia disponibile per tutti, auspicando una “rinascita musicale” in un paese che pareva addormentarsi giorno dopo giorno, e mettiamo a disposizione la nostra attrezzatura per i gruppi più giovani.
Nel '97 Dario si congeda e riprende il suo posto, Enrico parte per un lungo viaggio e viene sostituito da Damiano Tessari, ed i concerti continuano, inarrestabili.
Torna Enrico nel '98, Damiano rimane comunque e decidiamo, sempre sotto il nome Timshel, di preparare un repertorio parallelo per racimolare il denaro necessario alla registrazione dei nostri brani. Arrivano anche 2 voci femminili (Cristina Mantoan e Cristina Tappa) ed il repertorio si sposta verso musicalità soul e disco music (Aretha Franklin, Gloria Gaynor, Jerry Lee Lewis ecc). E' in questo periodo (che durerà circa 3 anni) che “non avevamo nemmeno il tempo per respirare” visto che i concerti diventano 3-4 a settimana (talvolta anche 6). Il repertorio, in questo periodo arriva a sfiorare i 150 brani; indimenticabile il concerto tenuto ad Albbruck per il gemellaggio, che durerà ininterrottamente dalle 20 alle 00:30 (4 ore e mezza, con le dita e le voci al limite).
Nel 2001 Dario lascia il gruppo, ritorna Andrea, registriamo e mixiamo 4 brani composti da Simone ed Enrico, facciamo un concerto in un locale nell'altopiano di Asiago e... il gruppo si scioglie! Siamo nell'estate del 2002.
Molti, nel tempo, ci hanno chiesto quale fosse l’origine del nostro nome, semplice: il nome Timshel deriva dalla medesima parola ebraica, che significa “tu puoi”, ripresa dallo scrittore statunitense Steinbeck nel libro “La valle dell’eden” dove lo scrittore interpreta un passo della Bibbia con “tu puoi governare sopra il peccato”, sottolineando come l’uomo sia libero, libero di scegliere.

Quante date fatte nella vostra carriera? Difficile dare numeri precisi, ma si può parlare sicuramente di qualche centinaio.
Mai pensato di fare il salto rivolgendovi ad un pubblico più ampio? Premesso che abbiamo avuto spesso la fortuna di suonare in contesti in cui il pubblico era decisamente numeroso, a seguito di impegni lavorativi e scelte personali di alcuni componenti (tra l'altro coincidenti con la realizzazione del primo demo, concretizzato dopo mesi di registrazioni e missaggi in proprio) la decennale esperienza "Timshel" si è fermata proprio nel momento in cui si poteva pensare a qualcosa di più; qualcosa che, probabilmente, sarebbe stato messo in discussione per la discordanza tra alcuni nostri ideali e le logiche di mercato.
Perché è importante esserci a questa festa del 4 Giugno (la festa tenutasi a Carmignano il 4 Giugno 2011, ndr)? L’occasione è quella che permette una molteplicità di aspetti positivi, ognuno di questi legato da un filo conduttore che è quello del ritrovarsi dopo tanto tempo tra le band storiche carmignanesi del recente passato, rivivendo un po’ quel sano antagonismo che ci autorizzava, per certi aspetti, a sentirci un po’ importanti (stile Beatles e Rolling Stones, o Duran Duran e Spandau Ballet, per intenderci). Ritrovarsi tra gli amici che formavano le diverse band e gli amici fedeli che non solo non mancavano un concerto, ma addirittura si prodigavano, nel limite del possibile, a far sì  che i concerti riuscissero nel migliore dei modi; infine, tra le band e i loro fans che, per quanto ci riguarda, sono stati sempre numerosi, partecipi ed affezionati, cosa che ci ha sempre fatto piacere ed inorgoglito.   
Quali valori genera un’esperienza di gruppo duratura come la vostra? Sarebbe scontato dire, tra tutti, l’amicizia, anche se in realtà essa rimane, con tutte le sfaccettature che può assumere nel corso degli anni, il valore più importante rimasto dall’esperienza fatta. Ne aggiungerei altri due: la solidarietà, anche per momenti di difficoltà personali, ed il rispetto (per la persona, in generale), per l’impegno profuso, per la professionalità dimostrata e, perché no, anche per la bravura espressa attraverso la musica. 
Cosa piaceva di più del vostro gruppo a vostro parere? Un mix di fattori: dire che i componenti del gruppo (gli storici, quantomeno) erano tutti fighi è scontato ed alle ragazze, quantomeno, non dispiaceva certamente. Più seriamente, a parte i generi musicali proposti che riscontravano un discreto successo, forse era il nostro modo di esprimerci sul palco e di proporci al pubblico, anche in quei momenti non prettamente “concertistici”, dove si rimaneva a stretto contatto coi fan, che poi erano per la maggior parte amici e amici degli amici, diventando anch’essi dei Timshel, cioè liberi di scegliere.    

giovedì 7 febbraio 2013

IL MIO MESE VICINO ALLA GUERRA





In Siria con Paolo che ha visto ciò che aveva soltanto sentito raccontare

La Redazione di Fuori Luogo ha incontrato Paolo Dalle Tezze, trentenne di Carmignano progettista di software che, per lavoro, si sposta spesso in paesi lontani. A cavallo tra Maggio e Giugno di quest’anno ha avuto la possibilità di trascorrere un mese in un paese in guerra, la Siria.
Una guerra civile tra l’esercito del dittatore Al-Assad e i civili insorti sull’onda della Primavera Araba, che ha provocato finora decine di migliaia di morti soprattutto tra i civili e a cui la comunità internazionale non è ancora riuscita a dare risposta, messa in scacco dal veto di Cina e Russia ad un intervento armato.
Abbiamo raccolto l’immagine portata a casa da Paolo di questa nazione che, geograficamente e culturalmente, è porta naturale tra l’Occidente e l’Oriente del mondo. 

Paolo, com’è arrivata nella tua vita la Siria?
Mesi fa arrivarono in azienda due ordini per lavori da iniziare da lì a breve: il primo in Messico ed il secondo proprio in Siria. Ero assegnato per il lavoro in Messico, un giorno però confessai al mio collega che non ero proprio interessato ad andare in Messico e lui, con mia estrema sorpresa, mi confessò della sua infelicità all’idea di andare in Siria. Non persi l’occasione e gli proposi uno scambio di lavori che lui accettò molto volentieri. Così ho incontrato questo paese di cui avevo letto nei libri di Rafik Schami

In Siria dal 2011 c’è una guerra civile di cui sentiamo spesso parlare nei media, hai pensato anche a questo prima di andare la?
Si, ci ho pensato. Tra l’altro il nostro cantiere era proprio nei pressi di Homs, la città più colpita dagli scontri. Per questo si è deciso di spostarci a Damasco per dormire; è la capitale del paese e la situazione lì era più calma, ma ciò ci costringeva ogni mattina ed ogni sera a fare un’ora e mezza di macchina per andare dal luogo di lavoro al posto che ci ospitava per la notte

L’hai vista mai la guerra?
La guerra l’ho riconosciuta lungo le strade che percorrevamo ogni giorno in cui i militari armati si nascondevano dietro le dune di sabbia. E nei posti di blocco che periodicamente ci chiedevano i documenti e controllavano le nostre borse fatto, questo, che mi ha portato a riflettere sul rapporto che si costruisce tra i colleghi di lavoro in situazioni come queste dove il comportamento eccessivo di qualche tuo compagno nei confronti dei militari può mettere nei guai anche te: si sviluppa così, per un limitato periodo di tempo, un legame tra persone, anche di nazionalità diverse, che per certi versi considero più stretto dei legami che si generano in un matrimonio

Com’è diversa la guerra che si sente raccontare nei media da quella che si può vedere con gli occhi?
Vedi, noi eravamo consapevoli della situazione sociale in cui ci trovavamo ma non c’era in nessun modo la sensazione di pericolo vivo presente, si trattava di un pericolo potenziale, di una situazione che si sarebbe potuta trasformare da lì in breve in grave e per questo motivo il nostro era uno stato di allerta costante e avevamo sempre pronto un piano di evacuazione che ci avrebbe condotto al confine col Libano.
Certo, se qualcuno si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato anche il Pentagono diventa un luogo pericoloso, ma in quei miei 32 giorni non ho mai percepito la sensazione di pericolo. Se si esclude la presenza militare avevo l’impressione di vivere in un luogo lontano anni luce da quello che facevano vedere le notizie diffuse in occidente.
E’ per questo che definisco esasperato il modo con cui si fa informazione da noi, e l’unico modo che ho avuto per comprenderlo è stato quello di trovarmi lì e sentire che da casa i miei cari temevano per me, di riflesso alle notizie sentite in televisione, mentre nel mio mese siriano ho avuto anche modo di fare il turista andando a visitare il suck antico (il tipico mercato di strada), la moschea di Omayad nella città vecchia di Damasco e anche di cenare in un ristorante in centro, accompagnato da un collega siriano.

Hai avuto modo di scambiare impressioni con cittadini siriani?
Si, ed è con loro che ho capito cosa significhi vivere sotto un regime.
Non tanto dalle loro parole quanto dai loro silenzi. Quando ho provato a far emergere opinioni politiche o sociali mi sono trovato di fronte a dei muri di diffidenza e timore. Se si esclude una breccia aperta quasi alla fine della mia esperienza con un collega del posto che mi ha raccontato di essere stato sotto interrogatorio per 14 giorni consecutivi perché sospettato di collaborare con gli insorti, tutti gli altri che ho provato ad avvicinare hanno mostrato soprattutto diffidenza e timore di essere “ascoltati”.
Facile comprenderlo per me dopo aver avuto la dimostrazione pratica di come tutti i telefoni fossero sotto controllo (suonavano liberi anche se dall’altro capo la comunicazione era stata interrotta) e di come l’informazione pubblica fosse sotto stretto controllo delle forze governative.

Nei tuoi viaggi di lavoro c’è stato un paese che più degli altri ti ha colpito positivamente?
Ho sempre avuto una predilezione per l’est del mondo e le mie esperienze si sono svolte principalmente in paesi dell’Asia. Tra tutte, la mia esperienza migliore è stata quella cinese, vissuta in una città di 6 milioni di abitanti quasi sconosciuta in occidente!
Ho visto persone sorridenti, felici perché serene e capaci di godere di ciò che hanno, tanto o poco che sia. Non è questa l’idea che ritrovo nell’immaginario che si ha in Italia della Cina e mi fa piacere poter portare la  mia esperienza a sostegno di un possibile cambio di opinioni.

giovedì 1 marzo 2012

UNA MAESTRA RACCONTA LA SUA PROFESSIONE



Mi piace ancora tanto insegnare, non sono ancora pronta ad andare in pensione. A volte penso che dovrei per lasciare spazio ai giovani e per occuparmi di più della famiglia, tuttavia ho un ottimo rapporto con le mie colleghe più giovani: mi cercano, mi chiedono consigli, mi fanno sentire giovane. Insomma, do tanto ma ricevo anche tanto.
Inizia così il nostro incontro con una storica maestra elementare di Carmignano che ha insegnato a circa 750 alunni… compresi noi di Fuori Luogo. Con la curiosità e la gioia di rincontrare qualcuno che non si vedeva da tanto, ma anche con una sorta di imbarazzo e soggezione nell’ ”interrogare” la nostra maestra, partiamo per raccogliere le sue impressioni sull’universo scuola e su tutto ciò che gli gira attorno. Quel che segue è la testimonianza di tutta la sua passione per il suo lavoro, iniziato quasi 40 anni or sono.

Quali sono le differenze maggiori nell’insegnare oggi rispetto ad anni fa?
Ci sono molte differenze, a partire dai bambini che sono molto cambiati. Oggi hanno molto più senso critico, sono, per così dire, meno bambini, più consapevoli delle nozioni che ricevono, del perché delle cose. Ciò comporta anche un cambiamento nel modo di fare lezione: tempo addietro il maestro spiegava e gli alunni assorbivano ciò che ascoltavano; al giorno d’oggi, invece, la lezione è più interattiva, si fa coi bambini stessi, con la loro partecipazione attiva. Tutto ciò, se da una parte è positivo, dall’altra è controbilanciato da meno senso del dovere e della responsabilità nel bambino, il quale è anche meno autonomo. I ragazzi sono pieni di impegni e, a volte, la scuola passa in secondo piano. Sicuramente poi hanno meno rispetto, non hanno paura di nulla, ma al contempo sono più fragili: di fronte agli insuccessi vanno in crisi. Forse ciò è dovuto al fatto di misurarsi maggiormente con gli altri… Un aspetto che mi amareggia, infine, è la minor collaborazione della famiglia, dovuta sia a impegni lavorativi maggiori, sia a una vera e propria crisi di valori per cui la scuola perde importanza e i bambini vengono giustificati troppo facilmente.
Meglio il maestro unico o più insegnanti?
Oggi c’è il maestro prevalente che si occupa di tutte le materie, eccezion fatta per storia, geografia, inglese e naturalmente religione. Ormai sono 15 anni che sono insegnante prevalente, mentre in precedenza gli insegnanti erano suddivisi per aree disciplinari. Entrambe le tipologie di insegnamenti comportano vantaggi e svantaggi. Lavorando per aree si ha maggiore opportunità di aggiornarsi e si riesce a rispettare meglio l’orario, senza dover sacrificare alcune materie ad altre. Il bello di essere insegnante prevalente è che i bambini si affezionano a te in modo speciale, hai un rapporto privilegiato con loro trascorrendoci assieme cinque anni. Tuttavia, se non si è creato un buon team, si rischia di lavorare da solo, sia per quanto riguarda la mole di lavoro, sia per lo scarso confronto che si può avere con gli altri maestri che, in un certo senso, sono di passaggio.
Quali sono le maggiori difficoltà nella scuola odierna?
C’è poca attenzione per chi è in difficoltà: a causa dei tagli si fanno poche ore di compresenza e di sostegno non offrendo le giuste possibilità a chi è svantaggiato. Un altro problema grosso è quello dell’insufficienza degli spazi: poche aule attrezzate per le attività, molto spesso persino durante le ore alternative a religione non si sa dove portare i bambini perché le stanze sono tutte occupate. Purtroppo la situazione, soprattutto dal punto di vista economico, non è delle migliori e così gli sforzi delle maestre, ma anche del comune che ha sempre fatto tutto quello che poteva per la scuola, restano troppo spesso vani. Si tenga presente inoltre che c’è stato un forte incremento di iscritti negli ultimi anni (ad oggi 360 alunni in totale), dovuto tanto alla chiusura dei plessi di Camazzole, quanto all’arrivo di numerosi stranieri.
A proposito di stranieri: com’è la loro integrazione nella scuola e il rapporto con i compagni?
I bambini stranieri sono in media 5-6 per classe. Se sono nati qui non hanno alcun problema, né di adattamento, né didattico. Se invece sono arrivati da poco hanno ovviamente enormi difficoltà linguistiche e, non potendoci essere un insegnante che si occupa in particolare di loro, sono affidati esclusivamente alla generosità di qualche maestra. Il rapporto coi compagni invece è splendido: da questo punto di vista i bambini ci insegnano moltissimo sull’accettare “il diverso”, non fanno nessun tipo di distinzione, il loro comportamento è assolutamente spontaneo e libero da pregiudizi, non si chiedono mai il perché se qualcuno svolge un lavoro personalizzato differente dal loro. Quando in classe c’è un compagno in difficoltà non glielo fanno pesare, anzi, se quest’ultimo ha un successo scolastico sono i primi a metterlo in evidenza. Non ci sono bambini emarginati, la classe è una sorta di grande famiglia in cui tutti si prendono cura degli altri vicendevolmente.
Ha qualche episodio particolare che le è rimasto impresso?
Mi ricordo di un ragazzo che aveva la capacità di trasmettere filo e per segno tutte le problematiche di casa. Un giorno uggioso di maggio, vedendolo assorto nei suoi pensieri gli chiesi a cosa stava pensando e lui mi rispose: «Maestra, dizito chei slarga el madego stamattina?». Io stavo spiegando e lui pensava al fieno! Un’altra volta ho dato come compito un testo in cui dovevano usare tutti i dati sensoriali. A distanza di anni ricordo ancora il suo lavoro, breve ma in cui diceva tutto; si intitolava “Serate in famiglia” ed era così: «Era una sera d’estate, la luna si specchiava nella busa del pisso. A un certo punto abbiamo sentito splash. La cavera era caduta nella busa del pisso». Un altro episodio divertente è quello del “gato recion”: avevo dato un tema sull’animale domestico. Un bambino parla del suo gatto e scrive: «Quando il mio gatto sente i morosi che lo chiamano miagolando vuole andare fuori». Convinta che si trattasse di una gatta corressi tutti i maschili in femminili. Quando riconsegnai il tema il bambino mi disse che il suo gatto era maschio; a questo punto intervenne un secondo alunno: «Aeora el to gato lè recion!». Un terzo immancabilmente mi chiede: «Cosa vuol dire “recion”?»; io imbarazzata rispondo che significa che ha le orecchie grandi mentre il secondo alunno mi fissa scuotendo la testa. Altri bei ricordi sono legati alle feste sportive di fine anno che costavano sempre grande fatica ma davano pure innumerevoli soddisfazioni. E mi emoziona ogni volta che, magari subito dopo averli rimproverati, i bimbi ti chiedono: «Maestra, vuoi un caffè? Perché ti vedo stanca».
Per concludere: che consiglio darebbe a chi sta per intraprendere la carriera di insegnante?
L’unico consiglio che mi sento di dare è di non essere mai troppo sicuri; bisogna fermarsi continuamente a riflettere su ciò che si fa e chiedersi se lo si è fatto bene. È necessario mettersi costantemente in discussione e aprirsi al confronto con gli altri.

DAL FIUME AL MARE




La Svizzera di carlo: informatica e cioccolata


Dove ti trovi e che cosa fai?
Vivo a Zurigo e lavoro come programmatore informatico.
Come mai hai deciso di partire?
Era un’idea che avevo fin dai tempi del liceo. Nei miei primi viaggi all’estero sono andato a trovare degli amici che si erano trasferiti in Danimarca e Irlanda. Sono rimasto colpito dall’atmosfera giovane e multietnica di Copenhagen e dal verde dei paesaggi irlandesi e mi sono promesso che un giorno in Irlanda ci sarei andato a vivere.
Dopo aver lavorato a Carmignano per un paio d’anni, ho fatto un’esperienza di un anno a Bologna prima di trovare lavoro in un paesino sulla costa est dell’Irlanda. Cinque anni fa l’economia irlandese era ancora in crescita e c’erano molte offerte nel settore informatico. Sono rimasto per tre anni finché la curiosità di scoprire cosa facesse di Zurigo una delle città più vivibili al mondo mi portò in Svizzera.
Le tue impressioni sulla Svizzera
Da un lato le classifiche mettevano Zurigo al primo posto come qualità della vita, dall’altro nei miei venticinque anni in Italia non ricordavo di averla sentita nominare spesso. Londra, Amsterdam, Parigi e Barcellona erano le opzioni vincenti. A Zurigo c’erano le banche, il lago e si parlava tedesco. La strada fino alla cima della classifica era lunga, ma non mi veniva in mente molto altro. Eppure mi incuriosiva. Così quando ho ricevuto l’offerta di lavoro ho deciso di trasferirmi portando con me le più alte aspettative.
Ed eccomi qua, due anni dopo, completamente innamorato di questa città.
È efficiente, pulita, sicura e precisa come la migliore tradizione svizzera e allo stesso tempo giovane, artistica, vivace e trasgressiva come il melting pot di nazionalità che la abitano. Un terzo dei cittadini di Zurigo sono stranieri. Il prestigioso politecnico attira studenti e ricercatori da tutto il mondo. E molte posizioni nelle grosse aziende non richiedono la conoscenza del tedesco offrendo la possibilità di lavorare in inglese.
Zurigo offre servizi, infrastrutture e intrattenimento di una grande città ad una popolazione di neanche 400 mila abitanti. Ti dà la possibilità di trovare un concerto dal lunedì alla domenica, praticare il tuo sport preferito, scegliere tra più di trenta musei, trovare un locale che fa per te sia se arrivi in Ferrari che in skateboard. E allo stesso tempo ti puoi godere la natura e la tranquillità di una piccola città.
Ad esempio, io lavoro per una grossa banca e soltanto nella mia sede ci sono tre mila dipendenti. Gli uffici sono a soli dieci minuti di treno dal centro storico, eppure attorno ci sono fattorie e boschi. In pausa pranzo decine di persone escono a fare jogging in riva al fiume e a passeggiare nel verde.
I trasporti pubblici sono eccellenti e adoro la libertà di poter vivere comodamente senza macchina.
Per il mio tragitto casa-lavoro impiego venti minuti porta a porta e posso scegliere tra quattro tram e quattro autobus all’ora, praticamente un mezzo ogni otto minuti.
Sempre allo stesso preciso minuto, ogni giorno, ogni ora, dalle cinque di mattina a mezzanotte.
Al weekend ci sono servizi aggiuntivi dall’una di notte alle cinque di mattina che assicurano di riportare a casa anche il più festaiolo della compagnia.
Penso di non avere mai impiegato più di mezzora per raggiungere un qualsiasi altro punto di Zurigo. Treni, tram e autobus sono frequenti e incredibilmente puntuali; si riescono a prendere coincidenze anche quando si hanno solo due minuti per cambiare mezzo.
A facilitare ancora di più le cose c’è un sistema di tariffazione a zone all’interno delle quali con un singolo biglietto si può usare qualsiasi tipo di mezzo: treno, tram, autobus o barca.
Per completare il quadro delle classifiche, ce n’è un’altra che vede Zurigo al top: quella di città più cara al mondo, il che potrebbe renderla meno attraente agli occhi di un turista.
La tua visione dell'Italia è cambiata dopo esserti trasferito all'estero?
Diciamo che tendo a notare le piccole cose che funzionano diversamente, nel bene e nel male. La coda alle poste e il ritardo del treno sembrano ancora più lunghi quando ti abitui a non dover aspettare, ma una pizza non è mai stata così buona come a casa!
Ti è mai capitato di essere oggetto di pregiudizi o discriminazioni perché straniero?
Zurigo è così internazionale che magari saranno gli svizzeri a sentirsi discriminati. A parte gli scherzi, non sono mai stato vittima di pregiudizi né in Svizzera né tantomeno in Irlanda. Gli irlandesi sono persone aperte e accoglienti e mi hanno sempre fatto sentire come a casa.
La tua prossima destinazione?
Mi piacerebbe provare a vivere un paio d’anni fuori dall’Europa, al momento Vancouver e Sydney sarebbero le mie preferenze. La prima perché l’ho visitata l’estate scorsa e mi ha dato l’impressione di avere molto da offrire, l’altra perché sarebbe un’ottima base per esplorare quella parte di mondo.
Ma per adesso mi godo la Svizzera e, visto che Zurigo non sembra una città che si lascia tanto facilmente, probabilmente tra trent’anni sarò ancora qua a tentare di imparare lo Züritüütsch.

lunedì 4 luglio 2011

DAL FIUME AL MARE


Abbiamo incontrato Alessandro Rigon, un giovane carmignanese di 25 anni, appena tornato da un anno di volontariato nello Zambia. Abbiamo raccolto le sue impressioni e le sue immagini di un mondo a noi così lontano e sconosciuto, o conosciuto solamente attraverso quello che la tv e i giornali ci mostrano. Qui di seguito l’affascinante chiacchierata fatta assieme.

Da dove è nato il desiderio di fare un’esperienza di volontariato in Africa?
Sinceramente non avevo mai pensato seriamente di andare in Africa a fare volontariato. Finiti gli studi ho fatto vari lavori, poi Angelo Chemello, un mio ex capo scout che da anni lavora come medico in Africa, mi ha consigliato di rivolgermi ai missionari comboniani se volevo tentare un’esperienza diversa; così sono andato da loro, non ancora del tutto convinto di partire, e dopo un periodo di conoscenza di qualche mese mi è stata proposta come meta lo Zambia. Gli accordi erano di restare anche solo un paio di mesi, sarei potuto tornare quando avrei voluto, ma alla fine sono stato via un anno.
Ci dici che cosa facevi all’interno della missione e come è strutturata?
La missione si trova nell’est Zambia, in una zona rurale (la città più vicina dista 120 km) molto estesa (circa 170 km) che si chiama Chikowa. Questa missione è stata fondata negli anni ’40, tuttavia è ancora una zona di prima evangelizzazione di cui comunque si occupano solo i sacerdoti e i brothers (fratelli, una sorta di frati moderni): tanto per intenderci nessuno mi ha chiesto di convertire qualcuno, né tantomeno di andare in chiesa. Io mi occupavo principalmente di lavori di edilizia: dal sistemare le capanne, al fare i tetti delle chiese, a costruire stalle per le capre... facevo comunque un po’ tutto quello di cui c’era bisogno. Con me lavoravano 5-6 ragazzi locali, tutti giovani dai 19 ai 33 anni: lì soldi non ce ne sono, quindi tutti hanno bisogno di lavorare. Attorno alla missione vera e propria (che comprende tra l’altro la scuola, una falegnameria, un’officina, un mulino e un’azienda agricola) si estendono una miriade di villaggi immersi nella foresta. Inoltre nel territorio di Chikowa c’è un grande parco naturale che dà un po’ di lavoro grazie al turismo dei safari.
Com’è la vita delle popolazioni locali?
La maggior parte della gente lavora la terra, coltiva per lo più frumento per fare la polenta (che loro mangiano tre volte al giorno!), mentre solo i più intraprendenti provano la coltivazione del cotone o dei bagigi. Le condizioni di vita sono durissime: si lavora a mano, in condizioni pessime, tra il fango e le zanzare. Durante i mesi delle piogge (da dicembre a marzo) la popolazione si sposta dai villaggi ai campi, vivendo in capanne fatiscenti, isolati a causa delle frequenti esondazioni dei fiumi. La gente dimostra tuttavia un grande spirito di adattamento e di sopravvivenza di cui dubito noi saremmo capaci in quelle condizioni. Da sottolineare che c’è una differenza abissale tra mondo rurale e città: in quest’ultime i costumi e lo stile di vita occidentale inizia pian piano a diffondersi e qualcuno riesce a mettere da parte un po’ di soldi per vivere più dignitosamente. Nelle zone rurali, invece, il governo è quasi inesistente, viene riconosciuta molto di più l’appartenenza tribale e il potere del principe-capo della tribù. In queste zone se non ci fossero dei missionari che dedicano la loro vita a queste popolazioni, esse sarebbero abbandonate a se stesse.
Quali sono i problemi maggiori che hai visto?
Sicuramente aids e malaria che mietono moltissime, troppe vittime. Poi il diffuso alcolismo tra i maschi: nella loro società sono gli uomini a comandare, ma sono le donne che fanno andare avanti la baracca, svolgendo anche i lavori più duri. Un altro problema che rallenta il miglioramento della loro condizioni è la mancanza di intraprendenza: sono ancora pochi quelli che cercano di migliorare nel lavoro per tentare di guadagnare qualcosa di più. Molte persone infine sono ancora legate a credenze magiche promulgate dagli stregoni e così tendono a rivolgersi a loro in caso di malattia piuttosto che curarsi. Diffusissimo è pure l’analfabetismo.
Come sei stato accolto dalla popolazione del posto?
Benissimo! Sono tutti molto ospitali e amichevoli, non hanno nessuna diffidenza nei confronti dei bianchi. La zona è sempre stata molto tranquilla, dopo due mesi che ero lì già giravo in bicicletta di notte in mezzo ai campi senza il minimo timore. Il senso di condivisione e di ospitalità è fortissimo: tutti ti invitano nelle loro capanne per mangiare insieme, anche se il cibo non basta neppure a loro, e presentarti tutta la famiglia. Ho trascorso persino un mese in un villaggio con una famiglia, mangiando con loro, lavandomi nella loro stessa bacinella d’acqua, ascoltando la radio coi bimbi la sera e le storie degli adulti attorno al fuoco. Gli unici un po’ malvisti sono gli inglesi (lo Zambia è una loro ex colonia) e soprattutto cinesi e indiani che sono lì per puro business e tendono a vendere merce scadente alla popolazione poverissima per accumulare denaro.
Che visione hanno dell’occidente e dell’Italia?
Tutti dicono che vogliono andare all’estero, ma in realtà non sanno nulla dell’occidente e dell’Italia, nemmeno dove si trovano geograficamente. Solo chi abita in città, grazie ai media, ha qualche idea più reale del mondo circostante, ma i poveri delle foreste credono che in Europa o in America sia tutto magnifico ed è difficile spiegargli che non è esattamente così.
La cosa più bella e quella più brutta che hai visto?
Cose belle ce ne sono un’infinità… mi ricordo in particolare di una notte in cui stavo accompagnando in auto una partoriente all’ospedale. Lungo il tragitto però la ragazza ha dovuto partorire; per fortuna con me c’era un’infermiera ed è andato tutto bene. Quando poi ho chiesto alla donna come avrebbe chiamato il figlio mi ha risposto che lo avrebbe chiamato “macchina” nella loro lingua, proprio perché era nato in auto. Una cosa che mi ha colpito positivamente è inoltre il desiderio dei giovani di imparare lavori nuovi, la loro passione. La cosa più brutta è senz’altro tutta la gente che muore tra grandi sofferenze, perché deve continuare a lavorare e non può curarsi adeguatamente. Un’altra cosa triste è la diffusa prostituzione: molte donne per mantenere la famiglia sono costrette a produrre grappa di giorno e a prostituirsi la notte. È una realtà accettata socialmente e che tutti sanno, tant’è vero che non ho mai sentito un sacerdote dire in chiesa di smetterla con la prostituzione, mentre, al contrario, esortano all’uso dei preservativi contro l’aids e alla moderazione nel bere.
Ritieni che quest’anno ti abbia cambiato?
Certamente il mio modo di vedere le cose è cambiato, ma un conto è il modo di vedere le cose, un altro è il modo in cui le vivi. Non basta un anno in Africa per riuscire a vivere in modo diverso qui in Italia, ad esempio apprezzando maggiormente le piccole cose, o cercando di condividere di più ciò che si ha. Credo sia un percorso in evoluzione e quest’anno per me è stato solo l’inizio, tant’è vero che tra poco andrò in Uganda per due settimane.

mercoledì 1 settembre 2010

DAL FIUME AL MARE




Tocca a Fabio raccontarci la sua frenetica vita tra metropoli e fornelli


Fabio Liguori (per gli amici Bibo) non è proprio un carmignanese (la sua famiglia vive a Grantorto) ma dalla sua adolescenza ha sempre frequentato il nostro paese e molti dei suoi amici vivono qui. Per questo abbiamo voluto intervistarlo per raccontarvi la sua affascinante scelta di vita.
Fabio, puoi presentarti ai lettori che non ti conoscono? Dunque, ho 31 anni e faccio il cuoco. Ho frequentato l’istituto alberghiero e successivamente, a 23 anni, sono andato quasi allo sbaraglio ad imparare il mestiere a Londra per un anno e mezzo. Poi ho lavorato nell’ordine ad Amalfi, Asolo, Bruxelles, Castelfranco, Miami per arrivare oggi a Parigi dove sto ormai da più di un anno e mezzo.
Cosa ci dici di tutti questi posti? Di ogni posto dove sono stato vi potrei parlare di mille ricordi ma mi rendo conto che la descrizione che farei sarebbe troppo legata all’umore ed all’esperienza personali che avevo nel periodo preciso in cui ci sono stato. Se Londra l’ho vissuta con gli occhi spaesati di un giovane ventenne che per la prima volta nella sua vita lascia casa e famiglia per andare a vivere in una metropoli dove dovrà imparare anche solo a strirarsi i pantaloni, oggi a Parigi vi racconterei di un posto visto con gli occhi di una persona adulta che sta lì soprattutto perché ha trovato una buona occasione lavorativa che gli consente di fare esperienza e migliorare il proprio curriculum. A parte questo ogni giorno mi rendo conto di quanto sia bella questa città!
Da dove ha origine questo perpetuo girovagare? Mi sposto perché ho l’opportunità di farlo ed ho ancora tanta voglia di vedere il mondo. Inoltre ogni cambio porta con se un miglioramento della mia condizione lavorativa a partire dall’esperienza maturata di volta in volta: se a Londra pulivo l’insalata, ora, a Parigi la ordino al fruttivendolo e sovrintendo a chi la dovrà pulire.
Sai già quale sarà la tua prossima tappa? No, non lo so. Ma mi basterà deciderlo e trovare una proposta di lavoro allettante e non ci vorrà molto per cambiare ancora. La Spagna ancora mi manca, qualche impiego a Barcellona o Madrid potrebbero stuzzicarmi anche se lì la paga non è molto buona e la vita invece costa. Un altro desiderio che ho è quello di buttarmi in qualche paese emergente come Marocco, Turchia o Libano, paesi in cui è più facile trovare voglia di investire economicamente nel settore da parte di facoltosi stranieri.
Questo stile di vita ti ha arricchito? Economicamente no, soprattutto perché vivendo senza nessuno che ti faccia ragionare sul futuro sperpero parecchio e non mi pongo progetti a lungo termine. Come persona, invece, a 31 anni ho visto così tanti luoghi che pochi riescono a vedere in una vita e grazie a questo ho messo via molta esperienza. Mi ritengo privilegiato grazie alle scelte che ho fatto.
Ti ha invece tolto qualcosa? Non ho costruito legami duraturi con le persone incontrate. Vivo una vita piuttosto libertina anche perché coi miei orari di lavoro è molto difficile incontrare assiduamente persone che fanno altri lavori; se invece incontri ragazze che fanno il tuo stesso lavoro, molto probabilmente possiedono anche la tua stessa indole libertina… In ogni caso io per primo posso dire di non cercarli questi legami duraturi.
Dalla tua posizione come hai visto cambiare in dieci anni i tuoi amici del paese? Ho visto che le responsabilità li portano molto spesso a pensare di più a farsi una vita piuttosto che a crearsene una secondo i loro gusti. Riescono a progettare a lungo termine ma per farlo, spesso, sono costretti a rinunciare a ciò che li potrebbe far stare meglio.
Come sei visto da cuoco italiano all’estero? Solo per essere italiano quando arrivi in un posto parti con dei punti in più grazie alla tradizione culinaria che accompagna il nostro paese ed è per questo che vieni visto in maniera non molto positiva dai colleghi che potrebbero rimetterci. Oltre a ciò è importante dire che, se i datori di lavoro ci vedono di buon occhio, è anche dovuto dal lavorare molto senza chiedere tanto: sappiamo sacrificarci ed adattarci alle situazioni in maniera flessibile.
La cosa più strana che ti è capitato di vedere? Potrei dirtene migliaia! Da uscire una sera per una birra e tornare dopo tre giorni, dal vedere uomini e donne appartarsi dentro celle frigorifere, a fare risotti per 200 persone, o pulire 50 kg di capesante in 3 ore, fino alle nuove tecnologie in cucina che ti permettono di dare il colore che preferisci ai cibi o di scaldare la mozzarella facendola divenire liquida senza che mai diventi filosa grazie ad una sostanza di ultima generazione!

giovedì 1 luglio 2010

DAL FIUME AL MARE


Intervista ad Igor



Dove ti trovi e cosa fai?
Vivo in un paesino vicino a Liverpool (Middlands), mi son trasferito qui in seguito ad un'offerta di lavoro allettante dopo aver vissuto per 2 anni a Londra
Lavoro per una grossa ditta in ambito biotecnologico/diagnostico. Il mio lavoro consiste nell’ installare e mettere a punto macchinari per la genetica.
Quali sono le differenze maggiori che hai notato tra l'Inghilterra e l'Italia, in particolare tra Londra e Carmignano?

Ci sarebbe da parlare per ore..
Certamente! Credo che tutti dovrebbero farla. Per due motivi


Partiamo da Carmignano, piccola realta' dove tutti si conoscono (bene o male) ma che pur nel suo piccolo offre un sacco di attivita'.. e un sacco di chiacchere di fronte a una bibita..
Londra.. Londra e' immensa.. multietnica.. frenetica.. c'e' sempre qualcosa da fare o da vedere.. Arte allo stato grezzo e cucine da tutto il mondo.. Una citta' in cui ci si perde facilmente.. un po' in tutti i sensi.. Una citta' in cui tutti son stranieri e forse anche per questo in grado di regalare un'atmosfera quasi famigliare.. Tutti ti capiscono perche' tutti son nella tua stessa situazione.. e vice versa ovviamente.
Per quanto riguarda invece le due nazioni.. Diciamo che in inghilterra la gente mi e' sembrata decisamente piu' ospitale e aperta dal punto di vista intellettuale.. Un po' per tradizione (anche se sembra un paradosso) e un po' per necessita' (essendo un ex potenza coloniale si e' trovata ad affrontare problemi di integrazione culturale, religiosa etc ben prima di noi). 
In generale.. gli inglesi prendon i problemi un po' piu' alla leggera.. senza farne un dramma.. Salvo poi trovarsi a fronteggiare situazioni piuttosto "pesanti" come alcolismo e gravidanze giovanili..
Qui inoltre la gente si informa! Legge! cerca di capire ed approfondire le notizie.. e il cibo non e' poi cosi' male!
Venendo all'Italia.. debbo ammettere che vedendola da fuori sembra diversa.. I difetti del BelPaese si accentuano una volta tolti i paraocchi, cosi' come i pregi!
Una cosa interessante che mi e' capitata e' stato il dovermi fronteggiare per la prima volta con gli stereotipi che riguardan gli italiani.. alcuni piu' veri di altri e tutti capaci di strapparmi un sorriso, vuoi per simpatia o per amarezza
Quali sono stati i motivi che ti hanno spinto a trasferirti?
A dire il vero son partito un po' allo sbaraglio.. Ma cio che mi spinse a partire furon la voglia di imparare l'inglese e la voglia di esplorare un po' realta' diverse da quella italiana. Londra sembrava la scelta piu' ovvia non solo per la lingua ma anche per la varieta' di culture ed etnie che la caratterizzano. A Londra si puo' veramente aver un assaggio di ogni altra parte del mondo.
Cosa ti manca di più dell'Italia e di Carmignano?
Per quanto sembri banale cio che piu' mi manca dell'Italia e di Carmignano son la famighlia e gli amici. Uno degli stereotipi sugli italiani e' che siam un po' mammoni e debbo ammettere che l'esser lontano da "Mamma Dunja" e' l'unica cosa che mi rende malinconico.
Rifaresti questa esperienza?
Senza alcun dubbio.. Anzi.. la rifarei 100 volte, provando paesi diversi di volta in volta (sto gia' progettando quale sara' la mia prossima meta)
Consigli anche ad altri ragazzi un'esperienza come la tua? In primis per il cambio di prospettiva: vedere realta' diverse e vedere la realta' che conosciamo da un'altra angolatura.Poi per acquisire un po' di "forzata indipendenza".
Che progetti per il futuro? Pensi di tornare o pensi di restare all'estero? Credo non sia ancora ora di tornare per me, in fin dei conti conosco abbastanza bene la realta' italiana e posso tornare quando mi pare. Preferisco l'idea di spostarmi in qualche altro paese, magari imparare un'altra lingua, vivere un'altra esperienza simile a quella che sto vivendo ora.

IN SELLA CON LA STORIA




Intervista a Davide del 3lambda, la Confraternita scooteristica nata a Carmignano

La “Scooter Confraternity 3lambda” riunisce a Carmignano giovani appassionati di scooter a marce che spesso, passando per le strade di tutti i giorni, riescono a ricostruire per pochi attimi degli scorci vintage ancora oggi a metà 2010. Sicuri che momenti di intreccio temporale come questi siano capitati ad ognuno di voi, Fuori Luogo ha voluto intervistare Davide Mironi, il precursore del movimento scooteristico di Carmignano. 
Dove ha avuto inizio la tua passione Davide?
In Inghilterra, nel paese di Ruislip dove andai più di 10 anni fa a trovare un mio cugino inglese. Si sa che ogni giovane nel corso della sua adolescenza sperimenta molte passioni e gli inglesi si distinguono per come riescono a rendere queste passioni delle vere e proprie manie. Quando andai a Ruislip mio cugino stava passando la sua fase di mania per gli scooter per cui mi fece salire sul suo e mi portò ad una festa a cui partecipavano ragazzi e ragazze che condividevano questa sua passione. Da lì portai a casa alcuni giornali che descrivevano quel mondo e non ci misi molto ad appassionarmi.
Quale fu la tua prima avventura?
Era il 2000 ed a bordo di un J50 Innocenti mi dirigevo verso l’osteria Settimo Tornante sui colli di Marostica. Avevo letto da qualche parte che ci sarebbe stato un raduno di scooter d’epoca. Partii da Carmignano e non vi dico gli sforzi per scalare quei colli su quel cinquantino, per poi finalmente arrivare e scoprire che avevo sbagliato a capire il giorno del raduno…
Da lì non può che essere continuata in meglio…
Sicuro, nel 2002 assieme agli amici Alberto ed Enrico Bartolomei, Lello Sperotto e molti altri che poi si aggiunsero, ci organizzammo per la prima volta tutti assieme, ognuno con la sua Vespa o Lambretta, per raggiungere Teolo dove si svolgeva un importante raduno. Fu per noi la prima esperienza di gruppo ed alla prima uscita vincemmo il trofeo messo in palio per il gruppo più numeroso! Da qui poi venne automatico il desiderio di costituirci in pianta stabile e demmo il nome 3lambda alla nostra confraternita (il nome riprende quello della confraternita del film “La rivincita dei NERDS”).
Altre esperienze significative del vostro gruppo?
Indimenticabili le uscite del 2003 e 2004 verso il raduno dell’Isola d’Elba e quella, sempre del 2004 per quello di Imola. Le particolarità dei lunghi viaggi in scooter stanno anche negli aneddoti che si creano lungo il percorso: le rotture dopo pochi km dalla partenza, l’ingegnarsi per ripararle, studiare strade extraurbane poco affollate che assicurino un viaggio sicuro e piacevole, le borse da attaccare in maniera più stabile possibile al mezzo e la serie di ricordi che si generano lungo un serpentone formato da trenta scooter che viaggiano verso la stessa meta.
Ed oggi cosa conservate di quei primi pioneristici momenti?
La passione per la particolare meccanica di cui sono fatti i nostri scooter. Sono marchi italiani conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo anche se vecchi di 50 anni e questo l’abbiamo verificato ai raduni dove abbiamo conosciuto scooteristi di altre nazioni. E poi col tempo si conoscono ed apprezzano tutte quelle sfaccettature che compongono la cultura scooter. Oltre ai mezzi c’è spazio per la musica, il ballo, le feste tra appassionati, la storia e la tradizione dei marchi e dei movimenti giovanili che nel corso degli ultimi 50 anni hanno condiviso la nostra stessa passione.
Come si risolve, a tuo parere, la storica rivalità tra Vespa e Lambretta?
Premetto che io sono di parte (Davide parla da lambrettista ndr). Molto dipende dal mezzo che si riesce a reperire nel garage di casa, magari ereditato da padri o addirittura nonni, per cui non sempre è una scelta.
Poi se parliamo di meccanica ed estetica la Lambretta vince dal punto di vista della complessità costruttiva e della personalizzabilità, mentre la Vespa è senz’altro più spartana ed accessibile. Comunque sia ci vuole passione, fantasia e ci si deve sporcare le mani .
E’ un’impresa trovare meccanici esperti per i vostri mezzi?
A parole no, in realtà molti meno di quelli che si spacciano per esperti sanno di cosa si parla. Officine competenti si trovano, magari sono meno in vista di altre ma all’interno si trova personale competente e spesso giovane che sa dove mettere le mani e le mette con passione.
Cosa diresti per convincere un ragazzo o ragazza a scegliere uno scooter d’epoca?
Gli parlerei di quanto è bello un viaggio fatto a bordo della loro sella. Direi che non è comune arrivare in un posto, magari affollato, e parcheggiare proprio davanti all’entrata. Racconterei che il divertimento di una riunione di scooteristi parte dal momento stesso in cui si accende il motore per andare e che il viaggio fa già parte della serata in compagnia. Si può chiacchierare anche se si sta su mezzi differenti e, soprattutto, mi metterei a raccontare gli aneddoti più divertenti dell’esperienza di uno scooterista con ormai dieci anni di storie divertenti e appassionate da tramandare.
Se qualcuno volesse muovere i primi passi e cercasse un consiglio può contattarmi alla mail: maricadavide@yahoo.it oppure ci può trovare ogni mercoledì sera al Black&White di Camazzole dove ci troviamo noi del 3lambda per programmare i prossimi viaggi e chiacchierare di scooter ma non solo.