giovedì 7 febbraio 2013

STORIA D'ARTISTA




Il poeta giovane: Guido Bovo


Vi raccontiamo l’affascinante storia di un giovane poeta carmignanese degli anni ’40, Guido Bovo, ai più sconosciuto, che nella sua breve esistenza è comunque riuscito a lasciare un segno in chi lo ha conosciuto. E così, dopo la sua dipartita, l’amico e medico Giuseppe Mesirca ne ha raccolto e pubblicato le poesie permettendo che la sua opera giungesse fino nelle nostre mani tramite il dono prezioso fattoci da Pino Cervato, grazie al quale siamo venuti a conoscenza di questa personalità di cui ignoravamo l’esistenza e di cui, al contrario, siamo ben lieti di dare nuova voce e vita.

Guido Bovo nasce il 23 febbraio 1924. Di lui Pino Cervato ci offre questa testimonianza: «Guido era di dieci anni più grande di me, quindi i nostri rapporti non sono mai stati di vera e propria amicizia, come invece accadeva col fratello Nildo. Guido frequentava l’università, cosa assai rara a quell’epoca. Le uniche occasioni in cui potevo vederlo erano le esercitazioni fasciste del sabato al campo sportivo. Guido era molto atletico, un bel ragazzo, pieno di vita, oltre che molto intelligente. Mi ricordo che lo ammiravo mentre praticava lancio del giavellotto. Nessuno però sapeva che scrivesse poesie». L’unica testimonianza scritta dell’opera poetica di Bovo è la raccolta “Viole nere” che comprende poesie e prose dell’autore stesso e una serie di traduzioni di poeti tedeschi (Hölderlin in particolare) e francesi. Quest’opera pubblicata postuma (nel febbraio del 1946), la si deve a Giuseppe Mesirca, un medico di Citadella. Grazie alla prefazione di Mesirca si riescono ad ottenere maggiori informazioni riguardo alla vicenda e alla personalità di Guido Bovo. I due si conobbero per iniziativa di Bovo stesso che contattò Mesirca tramite lettera per complimentarsi di alcune sue prose comparse in un quotidiano. Da quel momento l’affinità culturale li portò a frequenti incontri nel rifugio segreto di Guido in riva al Brenta, nei pressi di Camazzole. In queste occasioni Mesirca ci dice di aver imparato ad ammirare a pieno l’anima dell’amico, un’anima sensibile e un intelletto fuori dal comune: Bovo leggeva moltissimo e conosceva praticamente tutte le maggiori opere della letteratura mondiale. In questo lo aiutava anche la sua conoscenza di svariate, che gli consentiva la lettura delle opere originali e le loro traduzioni. Insomma, un’intelligenza e una cultura fuori dal comune, soprattutto per un ragazzo di 19 anni e per lo più in tempo di guerra. Lo stesso medico cittadellese ci narra le vicende che avevano condotto Guido all’ “esilio” in riva al fiume nel ’44: «Chiamato alle armi, sfugge per caso ad un bombardamento aereo che colpisce la caserma, a Padova, abbandonata la sera prima. Viene mandato a La Spezia [] Poi trascorre qualche mese fra i colli verdi di Sassuolo [] Trasferito a Bassano nel maggio dello stesso anno [] È costretto a fuggire da Bassano alla vigilia della partenza, ordinata dai tedeschi. Ma non può restare nella casa paterna, esposto al pericolo di arresti e di deportazione. È ancora il Brenta che gli offre un rifugio sicuro». Qui, in costante simbiosi con la natura, la sua ispirazione e la sua tecnica poetica si affinano e lo portano ad uno stile già maturo che è quello raccolto in “Viole nere”. Ma qui, il clima rigido dell’inverno, lo fa ammalare: una meningite che lo uccide nel giro di un paio di mesi, poco prima del suo ventunesimo compleanno, spegnendo un genio che probabilmente aveva appena iniziato a muovere i suoi luminosi passi.


RITORNO
Sera di nebbia, che dai campi sali
sulla mia strada, gli alberi e la vita
volgono in fuga gli anni disuguali
(come l’eco dei pianti inaudita

che da me solo scocca e in me rimane)
nel candore dei palpiti autunnali
di che mi avvolgi le paure vane.

Guardo la nebbia, ho le ciglia bianche.
Il volto dell’umanità ferita
si è perduto, posare l’ossa stanche
è pure cosa dolce e infinita.

Ma non so se le pallide fiumane
in cui mi muovo son la nostra vita,
se ci si sfugge, se ci si rimane.

IL MIO MESE VICINO ALLA GUERRA





In Siria con Paolo che ha visto ciò che aveva soltanto sentito raccontare

La Redazione di Fuori Luogo ha incontrato Paolo Dalle Tezze, trentenne di Carmignano progettista di software che, per lavoro, si sposta spesso in paesi lontani. A cavallo tra Maggio e Giugno di quest’anno ha avuto la possibilità di trascorrere un mese in un paese in guerra, la Siria.
Una guerra civile tra l’esercito del dittatore Al-Assad e i civili insorti sull’onda della Primavera Araba, che ha provocato finora decine di migliaia di morti soprattutto tra i civili e a cui la comunità internazionale non è ancora riuscita a dare risposta, messa in scacco dal veto di Cina e Russia ad un intervento armato.
Abbiamo raccolto l’immagine portata a casa da Paolo di questa nazione che, geograficamente e culturalmente, è porta naturale tra l’Occidente e l’Oriente del mondo. 

Paolo, com’è arrivata nella tua vita la Siria?
Mesi fa arrivarono in azienda due ordini per lavori da iniziare da lì a breve: il primo in Messico ed il secondo proprio in Siria. Ero assegnato per il lavoro in Messico, un giorno però confessai al mio collega che non ero proprio interessato ad andare in Messico e lui, con mia estrema sorpresa, mi confessò della sua infelicità all’idea di andare in Siria. Non persi l’occasione e gli proposi uno scambio di lavori che lui accettò molto volentieri. Così ho incontrato questo paese di cui avevo letto nei libri di Rafik Schami

In Siria dal 2011 c’è una guerra civile di cui sentiamo spesso parlare nei media, hai pensato anche a questo prima di andare la?
Si, ci ho pensato. Tra l’altro il nostro cantiere era proprio nei pressi di Homs, la città più colpita dagli scontri. Per questo si è deciso di spostarci a Damasco per dormire; è la capitale del paese e la situazione lì era più calma, ma ciò ci costringeva ogni mattina ed ogni sera a fare un’ora e mezza di macchina per andare dal luogo di lavoro al posto che ci ospitava per la notte

L’hai vista mai la guerra?
La guerra l’ho riconosciuta lungo le strade che percorrevamo ogni giorno in cui i militari armati si nascondevano dietro le dune di sabbia. E nei posti di blocco che periodicamente ci chiedevano i documenti e controllavano le nostre borse fatto, questo, che mi ha portato a riflettere sul rapporto che si costruisce tra i colleghi di lavoro in situazioni come queste dove il comportamento eccessivo di qualche tuo compagno nei confronti dei militari può mettere nei guai anche te: si sviluppa così, per un limitato periodo di tempo, un legame tra persone, anche di nazionalità diverse, che per certi versi considero più stretto dei legami che si generano in un matrimonio

Com’è diversa la guerra che si sente raccontare nei media da quella che si può vedere con gli occhi?
Vedi, noi eravamo consapevoli della situazione sociale in cui ci trovavamo ma non c’era in nessun modo la sensazione di pericolo vivo presente, si trattava di un pericolo potenziale, di una situazione che si sarebbe potuta trasformare da lì in breve in grave e per questo motivo il nostro era uno stato di allerta costante e avevamo sempre pronto un piano di evacuazione che ci avrebbe condotto al confine col Libano.
Certo, se qualcuno si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato anche il Pentagono diventa un luogo pericoloso, ma in quei miei 32 giorni non ho mai percepito la sensazione di pericolo. Se si esclude la presenza militare avevo l’impressione di vivere in un luogo lontano anni luce da quello che facevano vedere le notizie diffuse in occidente.
E’ per questo che definisco esasperato il modo con cui si fa informazione da noi, e l’unico modo che ho avuto per comprenderlo è stato quello di trovarmi lì e sentire che da casa i miei cari temevano per me, di riflesso alle notizie sentite in televisione, mentre nel mio mese siriano ho avuto anche modo di fare il turista andando a visitare il suck antico (il tipico mercato di strada), la moschea di Omayad nella città vecchia di Damasco e anche di cenare in un ristorante in centro, accompagnato da un collega siriano.

Hai avuto modo di scambiare impressioni con cittadini siriani?
Si, ed è con loro che ho capito cosa significhi vivere sotto un regime.
Non tanto dalle loro parole quanto dai loro silenzi. Quando ho provato a far emergere opinioni politiche o sociali mi sono trovato di fronte a dei muri di diffidenza e timore. Se si esclude una breccia aperta quasi alla fine della mia esperienza con un collega del posto che mi ha raccontato di essere stato sotto interrogatorio per 14 giorni consecutivi perché sospettato di collaborare con gli insorti, tutti gli altri che ho provato ad avvicinare hanno mostrato soprattutto diffidenza e timore di essere “ascoltati”.
Facile comprenderlo per me dopo aver avuto la dimostrazione pratica di come tutti i telefoni fossero sotto controllo (suonavano liberi anche se dall’altro capo la comunicazione era stata interrotta) e di come l’informazione pubblica fosse sotto stretto controllo delle forze governative.

Nei tuoi viaggi di lavoro c’è stato un paese che più degli altri ti ha colpito positivamente?
Ho sempre avuto una predilezione per l’est del mondo e le mie esperienze si sono svolte principalmente in paesi dell’Asia. Tra tutte, la mia esperienza migliore è stata quella cinese, vissuta in una città di 6 milioni di abitanti quasi sconosciuta in occidente!
Ho visto persone sorridenti, felici perché serene e capaci di godere di ciò che hanno, tanto o poco che sia. Non è questa l’idea che ritrovo nell’immaginario che si ha in Italia della Cina e mi fa piacere poter portare la  mia esperienza a sostegno di un possibile cambio di opinioni.

L'EDITORIALE

Ti sei pulito i piedi prima di entrare?

Avete mai avuto la sensazione di guardarvi attorno e sentire di non appartenere a ciò che vi circonda? Trovarvi a disagio nel luogo e nel tempo in cui siete collocati e cominciare, da una parte, a chiedervi il perché, il per come il vostro mondo sia diventato tanto estraneo e, dall’altra, fantasticare su come dovrebbe invece essere un universo della dimensione più giusta per accogliervi.
In un momento storico ed in un luogo geografico in cui è così facile soffocare gli entusiasmi a favore di un latente stato di imbarazzo nei confronti del domani, abbiamo voluto creare un Fuori Luogo che provasse ad indagare sui possibili vestiti che può indossare la sensazione di disagio rispetto a ciò che sta attorno.
L’abbiamo fatto chiedendo al nostro compaesano Paolo di parlarci della sua esperienza di lavoro in una zona del mondo in cui si combatte coi fucili, poi ancora ci siamo immaginati la situazione che si prova ad essere sopra un treno e venire traditi dalle sicurezze che la tecnologia contemporanea ci illude di avere, troverete in questo numero anche la recensione al libro “L’eleganza del riccio”, fine metafora del vivere una vita interiore del tutto staccata da ciò che le circostanze ci chiedono.
Una nota particolare per uno degli articoli di questo numero, dedicato ad un giovane poeta carmignanese scomparso molti anni fa prima, forse, di avere il tempo di godere del proprio talento assieme a tutti coloro che gli stavano attorno. E’ un onore, per noi, aver potuto raggiungere la storia di Guido Bovo attraverso le parole dell’amico Pino Cervato che ci hanno raggiunto rendendoci parte di una vicenda artistica ed umana così lontana nel tempo quanto vicina per la tensione emotiva che l’ ha ispirata.
Un ringraziamento sentito va anche a Carlo Cervato per aver voluto condividere con Fuori Luogo uno dei suoi racconti, Vicent e Margot, che ci ha accompagnato per tutto il 2012 e che, in questo numero, troverà la sua conclusione.
Buona lettura.